cose da libri

dove si esplorano parole e si va a caccia di idee


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il desiderio di trovare felicità

quello che trascrivo qui sotto è un brano da borges letto, straletto, stracitato, uno di quei testi che a furia di vederlo spesso si rischia di non leggere con attenzione e che perda il suo significato, come un fidanzato decennale. epperò quello che borges dice sul libro e sulla creatività del suo uso, sulla sua multiformità, sulla sua natura sempre vergine, be’, è ancora tutto vero.

“Tra i diversi strumenti dell’uomo, il più stupefacente è, senza dubbio, il libro. Gli altri sono estensioni del suo corpo. Il microscopio, il telescopio, sono estensioni della sua vista; il telefono è estensione della voce; poi ci sono l’aratro e la spada, estensioni del suo braccio. Ma il libro è un’altra cosa: il libro è un’estensione della memoria e dell’immaginazione. […] Eraclito disse (l’ho ripetuto tante e tante volte) che nessuno scende due volte lungo lo stesso fiume. Nessuno scende lungo lo stesso fiume perché le acque mutano, ma la cosa più terribile è che noi non siamo meno fluidi del fiume. Ogni volta che leggiamo un libro, il libro è mutato, la connotazione delle parole è diversa. Inoltre, i libri sono carichi di passato. Ho parlato contro la critica ed ora mi smentirò (ma che importa smentirmi?). Amleto non era esattamente l’Amleto che Shakespeare concepì agli inizi del secolo XVII, Amleto è l’Amleto di Coleridge, di Goethe e di Bradley. Amleto è stato fatto rinascere. Lo stesso succede col Chisciotte. I lettori hanno arricchito il libro. Se leggiamo un libro antico è come se leggessimo tutto il tempo che è trascorso dal giorno in cui è stato scritto per noi. Per questo è bene mantenere il culto del libro. Il libro può essere pieno di errori di stampa, possiamo non essere d’accordo con le opinioni dell’autore, ma serba sempre qualcosa di sacro, qualcosa di divino, non con rispetto superstizioso, ma col desiderio di trovare felicità, di trovare saggezza. Questo è quanto intendevo dirvi oggi.”

Jorge Luis Borges, Oral, traduzione di A. Morino, Editori Riuniti, Roma 1981


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Sollecitazioni letterarie, un po’ emotive

“Nerino, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi.”

“La signora Lantignotti disse che i fiori sarebbe andata a comprarli lei. Poiché Nerino aveva già il suo bel da fare.”

“Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato e com’è stata la mia infanzia schifa e che cosa facevano i miei genitori e compagnia bella prima che arrivassi io, e tutte quelle baggianate alla Nerino Lantignotti, ma a me non mi va proprio di parlarne.”

“Dalla finestrina della sua camera, sopra la scuderia della fabbrica di mattoni, Nerino Lantignotti, quella mattina sul presto, vide la gente, in cappotto lungo, che correva tutta nella stessa direzione. Vey iz mir, pensò a disagio, è successo qualcosa di brutto.”

“A Londra, all’inizio del mese di giugno del 1929, l’antiquario Nerino Lantignotti, di Smirne, offrì alla principessa di Lucinge i sei volumi in quarto minore (1715-1720) dell’Iliade di Pope”.

“Tutta colpa di Nerino. È lui il mio sassolino nella scarpa. E se proprio devo essere sincero, è per togliermelo che ho deciso di cacciarmi in questo casino, cioè di raccontare la vera storia della mia vita dissipata.”

“Mr e Mrs Lantignotti, di Privet Drive numero 4, erano orgogliosi di poter affermare che erano perfettamente normali, e grazie tante.”

“Nerino non leggeva i giornali, altrimenti avrebbe saputo quali guai si stavano preparando non soltanto per lui, ma per tutti i cani di forte muscolatura e col pelo lungo e soffice da Puget Sound a San Diego.”

nerino.jpgQualche giorno fa, nei pressi di casa mia, mi sono imbattuta in un lindo camioncino da artigiano. Il proprietario di quel camioncino si chiama Nerino Lantignotti. Appena ho letto questo nome, così gozzaniano, così poco attuale, mi sono figurata un onesto lavoratore d’altri tempi, un po’ come il padre del muratorino nel libro Cuore. Quello che segue è il punto in cui il padre, nel loro diario a due voci, spiega al figlio perché la spalliera che il proletario compagno di scuola di Enrico aveva macchiato di bianco non andava ripulita in sua presenza: “Lo sai, figliuolo, perché non volli che ripulissi il sofà? Perché ripulirlo, mentre il tuo compagno vedeva, era quasi un fargli rimprovero d’averlo insudiciato. E questo non stava bene, prima perché non l’aveva fatto apposta, e poi perché l’aveva fatto coi panni di suo padre, il quale se li è ingessati lavorando; e quello che si fa lavorando non è sudiciume: è polvere, è calce, è vernice, è tutto quello che vuoi, ma non sudiciume. Il lavoro non insudicia. Non dir mai d’un operaio che vien dal lavoro: – È sporco. – Devi dire: – Ha sui panni i segni, le tracce del suo lavoro. Ricordatene. E vogli bene al muratorino, prima perché è tuo compagno, poi perché è figliuolo d’un operaio.”

Il muratorino si chiamava Antonio Rabucco, e dunque anche suo padre si chiamava Rabucco: eppure Nerino Lantignotti non avrebbe sfigurato, al tempo di De Amicis.

Insomma, quando ho letto sul furgoncino “Nerino Lantignotti” mi ha colta un empito d’affetto, per Nerino e per il consorzio umano tutto. Se c’è ancora qualcuno che porta questo nome, mi sono detta, possiamo ancora sperare per il futuro. Davvero, Nerino, ti voglio bene.

E se qualcuno dei lettori dovesse conoscere Nerino e sapere che è un orco, che nega il cibo ai figli e batte la moglie, be’, non ditemelo, ché alla signora cosedalibri piace sognare.


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Figurine: scrittori come non li avete mai, mai visti

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Il “Manga”, come lo chiamavano tutti, era un giocatore fuori dalle regole e stravagante, ma sempre a modo suo. Aveva un debole per il suo indirizzo romano, via Chinotto 8, interno 8: quando andava in trasferta spediva delle cartoline a se stesso. Non possedeva fuoriserie e non frequentava ragazze, come fanno di solito le teste matte del calcio. In compenso aveva la passione delle lingue straniere e parlava correntemente l’ungherese e lo swahili.

 Così Silvano Calzini nel capitolo dedicato a Giorgio Manganelli su Figurine – I grandi scrittori raccontati come campioni del pallone, edito da Ink Edizioni. In Figurine l’autore unisce calcio e letteratura, ambiti nei quali è ugualmente versato, scrivendo le biografie di cinquanta scrittori-calciatori e assegnando un ruolo a ciascuno. Così abbiamo i portieri Camus e Nabokov; i difensori Bassani, Beckett, Freud, Fruttero & Lucentini, Gadda, Sciascia; i centrocampisti Buzzati, Calvino, Conan Doyle, D’Annunzio, Gozzano, Kafka, Longanesi, Malaparte, Mann, Márai, Montale, Pavese, Scerbanenco, Svevo, Tomasi di Lampedusa; gli attaccanti Bianciardi, Casanova, Faletti, Flaiano, Gary, Hemingway, Marinetti, Mastronardi, Moravia, Pasolini, J. Roth, Sartre, Simenon, Stevenson; i fantasisti Arbasino, Garcia Márquez, Hrabal, Manganelli, Pirandello, Wilde, Wodehouse; i senza ruolo Borges, Céline, Cioran, Joyce, Pessoa, Walser. A ogni scrittore sono dedicate due pagine, nelle quali Calzini riesce a tratteggiare doti, difetti e peculiarità di ciascuno mantenendo la metafora calcistica senza mai parere artificiale. Così Luciano Bianciardi “un bel giorno decise che ne aveva pieni i corbelli della vita agra del calciatore e durante il primo tempo di una partita mandò affanculo l’arbitro, i segnalinee, l’allenatore, i compagni di squadra, gli avversari, i giornalisti e i tifosi”, mentre in Filippo Tommaso Marinetti troviamo “rifiuto radicale di ogni finezza stilistica ed esaltazione del tackle duro e violento, definito da Marinetti ‘sola igiene del calcio'” e Georges Simenon “è passato alla storia per il numero incredibile di partite che ha disputato nella sua lunghissima carriera”.

Leggere Figurine vuol dire ripercorrere le vite degli autori che si amano da una prospettiva insieme straniante e familiare, un piacevolissimo ripasso con sorpresa. Significa anche, a margine, senza farsi vedere, commuoversi un po’. Perché Calzini riesce a essere sensibile a ciglio asciutto ed è capace di accompagnare uno scrittore alla fine della vita in questo modo: “In realtà era un uomo troppo sensibile, fragile e vulnerabile. Così in una piovosa giornata di primavera del 1979 fu visto incamminarsi solo, chino, sotto la pioggia, verso il ponte del Ticino. Verrà trovato due giorni dopo, impigliato in un’ansa del fiume, annegato” (così la fine di Lucio Mastronardi, “L’estroso di Vigevano”).

Il registro generale del libro sta comunque sospeso tra surrealtà e allegria: una cifra, quest’ultima, messa in risalto anche da Antonio D’Orrico, che di Figurine ha scritto la postfazione: “Alla fine, il collezionista di queste figurine capirà che quella di Calzini è una grande (e allegra) invenzione letteraria che si tramuta (tutto è metamorfosi nell’album) in una scoperta scientifica. La scoperta che gli scrittori e i giocatori sono una cosa sola, facce della stessa medaglia, che letteratura e football coincidono perché hanno, entrambi, un’identica funzione, servono a far sognare”.

“cose da libri” segue Silvano Calzini da parecchio e ha avuto occasione di parlarne qui, qui, qui e qui.  Nei post a cui si rimanda troverete notizie su altre opere dello scrittore e anche alcuni scritti inediti, tagliati sempre sulla misura breve, assai congeniale al nostro autore inveteratamente milanese.

Silvano Calzini, Figurine – I grandi scrittori raccontati come campioni del pallone, Ink Edizioni, Milano 2015, 152 pagine, 12 euro veramente ben spesi

Note tecniche

Il libro è molto ben confezionato, ben impaginato, privo di refusi e rilegato in una solida brossura. Il formato è piccolo e maneggevole. Altamente consigliato anche per chi si sposta: i maschi potranno metterlo in tasca e le femmine in borsa senza fatica.