cose da libri

dove si esplorano parole e si va a caccia di idee


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postcards from lyon 6

dove si scopre che i bambini lionesi possono fare il giro del mondo in ottanta giorni e immergersi per ventimila leghe sotto i mari, il tutto in un giro di giostra

Il “mahut”, espertissimo dei luoghi, affermava che seguendo la strada attraverso la foresta si sarebbe accorciato di una ventina di miglia il cammino; e i viaggiatori lasciarono fare a lui. Si andava attraverso le selve quasi impenetrabili che vestono i fianchi dei monti Vindhya. Il trotto rigido dell’elefante comunicava discrete scosse a Phileas Fogg e a Sir Francis, ficcati sino al collo nelle loro sedie a barella; ma essi subivano la situazione con flemma britannica, scambiando anche qualche parola pur senza vedersi in faccia.

Jules Verne, Il giro del mondo in ottanta giorni

sdrsulla riva sinistra del rodano, in place antonin-jutard (métro guillotière, terzo arrondissement), c’è una giostra meravigliosa, tutta dedicata a jules verne, di proprietà di monsieur sébastien fella.sdr

sdril botteghino sembra una biblioteca. dig

davgli addetti sono silenziosi. quando il carrousel è in funzione, emette suoni discreti, ovattati. come quelli che doveva sentire phileas fogg dall’alto del suo elefante nella folta foresta di latàni.

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il retro della cassa


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more postcards from london 6_con aggiornamenti sull’identità di phileas fogg che faranno piacere alle signore

digmr. fogg’s tavern è il posto che mrs. cosedalibri, affezionatissima al giro del mondo in ottanta giorni, non vedeva l’ora di vedere.

davfrequentatissimo come tutti i pub da persone che si riversano sul marciapiede a chiacchierare, è intitolato al celeberrimo protagonista del libro, di cui jules verne traccia il ritratto che segue.

Nell’anno 1872, la casa contraddistinta con il numero 7 in Savile Row, a Burlington Gardens – casa nella quale nel 1814 era morto Sheridan – era abitata dall’egregio signor Phileas Fogg, uno dei membri più singolari e più notati del Club della Riforma di Londra, quantunque egli si studiasse di non fare cosa alcuna che potesse attirare l’attenzione su di lui.

Questo Phileas Fogg, che prendeva il posto di uno dei più grandi oratori che sono l’onore dell’Inghilterra, era un personaggio enigmatico, di cui non si sapeva nulla, se non che egli appariva un fior di galantuomo e uno fra i più bei “gentlemen” dell’alta società inglese. Si diceva che egli somigliasse a Byron – nella testa, perché quanto ai piedi non era possibile metterglielo a confronto –, ma era un Byron con i mustacchi e i favoriti, un Byron impassibile, che avrebbe potuto vivere mill’anni senza invecchiare. Inglese per certo, Phileas Fogg non era forse londinese. Non lo si era mai visto né alla Borsa né alla Banca né in alcun altro ufficio della gran finanza della City londinese. Le darsene del porto di Londra non avevano mai ospitato una nave che avesse per armatore Phileas Fogg. Questo “gentleman” non figurava in alcun consiglio di amministrazione. Il suo nome non era mai risuonato in un collegio di avvocatura, né al Tempio né a Lincoln’s Inn né a Gray’s Inn. Non aveva mai esercitato né alla Corte del Cancelliere, né al Banco della Regina né all’Echiquier né alla Corte ecclesiastica. Non era industriale né negoziante né mercante né agricoltore. Non faceva parte né dell’Istituzione Reale della Gran Bretagna, né dell’Istituzione di Londra, né dell’Istituzione degli Artigiani, né dell’Istituzione Russell, né dell’Istituzione Letteraria dell’Ovest, né dell’Istituzione del Diritto, né di quell’Istituzione delle Arti e delle Scienze riunite, che è posta sotto il diretto patrocinio di Sua Graziosa Maestà. Insomma egli non apparteneva a nessuna delle numerose società che pullulano nella capitale inglese, dalla Società dell’Armonica fino alla Società Entomologica, sorta principalmente con lo scopo di distruggere gli insetti nocivi.

Phileas Fogg era membro del Club della Riforma, ecco tutto. Può stupire che un individuo tanto misterioso figurasse tra i membri di quell’onorevole circolo. Ma va considerato che vi era stato ammesso dietro raccomandazione dei banchieri Fratelli Baring presso i quali aveva un notevolissimo conto aperto: un conto in cui Phileas Fogg risultava invariabilmente creditore, quantunque spiccasse con frequenza grossi mandati a vista che i banchieri Baring pagavano puntualmente. Quest’insieme di cose, come è naturale, gli aveva procurato una profonda stima.

Phileas Fogg era dunque ricco? Senza dubbio. Ma in che modo si era arricchito? Ecco ciò che nemmeno i meglio informati potevano dire; e il signor Fogg era proprio l’ultimo a cui convenisse rivolgersi per saperlo.

Comunque, egli non si mostrava minimamente prodigo; ma neanche avaro. Ogni volta che gli fosse chiesto denaro per un’opera nobile, giusta e generosa, lo dava, senza strombazzamenti o celandosi addirittura dietro l’anonimato.

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sdrho fantasticato moltissimo sui viaggi di phileas fogg e del suo domestico passepartout, da cui è nata la mia passione per i club inglesi, da cui ho appreso che le vedove indiane seguono la sorte dei mariti defunti immolandosi su pire ardenti, e che il macintosh, prima di essere un computer, è una coperta da viaggio.

aggiornamenti sull’identità di phileas fogg che faranno piacere alle signore

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phileas fogg visto da fiona staples. courtesy


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milano chiama seul

alla fine l’ho comprata. in realtà l’ha ordinata per mio conto una collega che raccoglie le richieste e organizza periodicamente acquisti collettivi. che si ripetono da qualche tempo, segno che è in corso un fenomeno poco visibile ma consistente ed espandentesi. in sostanza vanno formandosi dei gruppi di acquisto solidale che invece di privilegiare il chilometro zero comprano a diecimila chilometri dall’italia. precisamente in corea.

l’oggetto ha un design piacevole ed è proposto in una limitata palette di colori sobri. da solo, però, non ha motivo di esistere. perché per vivere ha bisogno dei gusti. cocco, limone, mirtillo, fragola, e molti altri che scoprirò.

il negozio degli aromi è stretto e corto, un piccolo corridoio fragrante di fumi. due uomini, seduti, armeggiano sul bancone, di fronte ai commessi. aspirano avidamente dal congegno elettronico, aspirano e rilasciano il fumo dal naso. discutono di misture, richiedono ingredienti, si informano sulle novità. il negozio di liquidi per sigarette elettroniche non è un commercio, ma un club. un club di gourmets di aromi, in cui ciascuno compone le proprie ricette segrete, piccoli chimici domestici e gelosi.

varcare la soglia del negozio degli aromi è come entrare in un club inglese al tempo del giro del mondo in ottanta giorni e trovare tutti i membri che fumano la pipa.

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il negozio degli aromi è anche relativamente buio, perciò ricorda anche le fumerie d’oppio in cui andavano a stranirsi vittoriani e poeti maledetti. qui, però, non aleggia alcun sintomo di simbolismo, di orientalismo, di culto per il disfacimento, qui non v’ha nulla di carnale. è piuttosto una sorta di negozio di giocattoli con una scelta infinita, una palette soggiogante, il luogo di una seconda dipendenza.

justfog 1453 ultimate stainlessil mio turno arriva dopo qualche tempo, proprio a causa della natura del luogo, che non ammette il mordi e fuggi. chiedo lumi sui liquidi privi di nicotina. sul bancone si trova un contenitore strapieno di gusti da provare e di bocchini usa e getta. il commesso mi sottopone i diversi gusti come un tempo il salumiere mi avrebbe allungato una scaglia di parmigiano o una fetta di salame da assaggiare prima dell’acquisto. provo questo, provo quello, poi mi decido per il cocco. in fondo sta arrivando l’estate.

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Dove si scoprono molti profumi, storie letterarie a essi legate e si incontra una pasionaria

The rose looks fair, but fairer we it deem
For that sweet odour which doth in it live
.

William Shakespeare, Sonnet 54

 

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Quest’anno mrs. cosedalibri si è recata all’edizione 2016 di Esxence sicura di trovare cose interessanti su letteratura e arte, almeno al pari dell’anno scorso. Esxence è una fiera del profumo d’arte che riunisce produttori da tutto il mondo, dalla Francia all’Olanda, dalla Thailandia a Dubai. Tutti espongono nello spazio The Mall, in piazza Lina Bo Bardi a Milano, nel quale ho trovato un’atmosfera preziosa, un po’ stordente, di reminiscenza baudelairiana tanto quanto quella dell’edizione passata:

[…] Profumi freschi come la pelle d’un bambino,

vellutati come l’oboe e verdi come i prati,

altri d’una corrotta, trionfante ricchezza

che tende a propagarsi senza fine – così

l’ambra e il muschio, l’incenso e il benzoino

a commentare le dolcezze estreme dello spirito e dei sensi.

Corrispondenze, in Charles Baudelaire, Poesie e prose, a cura di G. Raboni, Mondadori,

Milano 1973

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Accolti da un albero portatore della civiltà umana, si passa attraverso il morbido controllo degli addetti, sulla soglia di quello che separa il mondo all’esterno da questa fiaba continua. Quest’anno una fiaba con qualche tocco di pop rock, e parecchia attenzione ai tatuaggi. In molti, tra gli espositori, parlano di storie, racconto, poesia.

1.Michael Partouche aka Dr Mike è il fondatore di Room 1015, nonché farmacista e rocker. Tornato in Francia dopo una permanenza a Londra, scopre la passione per il profumo e crea Electric Wood, con note legnose che rimandano alla sua prima chitarra; Atramental, vale a dire nero come l’inchiostro, con pepe nero, zafferano e bergamotto – l’idea è quella dell’odore della pelle che abbia appena subìto un tatuaggio; Blomma Cult, celebrazione del Flower Power e della liberazione sessuale, con note di vaniglia, cannella, muschio e naturalmente patchouli; l’ultima nata Power Ballad, esaltazione del ballo lento, del French Kiss, del gin, della tequila e del cuoio delle Dr. Marten’s indossate dai grunge negli anni novanta.

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2.Olivier Durbano, per il quale le pietre, alle quali i suoi profumi si ispirano, sono poesie, e ogni cosa è racconto.

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3.Tara Manra è una delle fragranze che rientrano nella nuova linea Gri Gri di Jardins d’écrivains, profumiere letterario per eccellenza: ispirata ai testi sacri sanscriti, ha la testa di zafferano e cardamomo, il cuore di loto e gelsomino e il fondo di loto, gelsomino e legno di agar.

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4.Il sempre strepitoso État libre d’Orange, la cui novità di quest’anno è il profumo ispirato a À quoi songeaient les deux cavaliers dans la forêt, poesia dalle Contemplazioni di Victor Hugo.

La nuit était fort noire et la forêt très-sombre.
Hermann à mes côtés me paraissait une ombre.
Nos chevaux galopaient. A la garde de Dieu !
Les nuages du ciel ressemblaient à des marbres.
Les étoiles volaient dans les branches des arbres
Comme un essaim d’oiseaux de feu. […]

Galbano, ribes nero, incenso, pepe nero, rosa, patchouli, legni e ambroxan per questo profumo dedicato all’ombra e al doppio. Ho ricevuto tutte le informazioni sul profumo dal sempre impeccabile Thomas Lindet.

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Lindet meritava un primo piano, no?

5. Il Profvmo, azienda italiana acquistata dalla svizzera Valmont (il naso è Silvana Casoli), è il caso più misterioso: non desidera che si parli della novità di settembre, legata alla letteratura come non mai. Posso solo anticipare che si tratterà di una trilogia, che l’ispiratore è uno scrittore inglese (oh, quanto!) e che in qualche modo c’entrano i dintorni di Venezia.

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6.Eau scandaleuse di Anatole Lebreton, piccolo profumiere di Marsiglia. “Una creatura esuberante attraversa lo studio di un pittore. Scivola voluttuosamente tra poltrone in cuoio consunto, tele ancora umide e vecchi libri rilegati in pergamena”: è il racconto di questo profumo “carnale e inebriante”, compagno di altre “poesie olfattive”, come Lebreton definisce le altre sue creazioni.

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7. Appena si accede al sito di Tola, Dubai, si legge la frase “With Every Scent Comes A Story”, e ancora “Tola is the quintessence of memories; of stories within stories…”. La storia che il naso e fondatore Dhaher Bin Dhaher racconta a Esxence è quella di una sosta nel deserto, con tè caldo e kebab (il kebab che si vede nella foto è in realtà composto di una serie di sfere profumate), profumata di coriandolo, bergamotto, lavanda, zafferano. Ah, l’orientalismo.

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Al centro, il naso della maison Tola Dhaher Bin Dhaher

 

 

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Il kebab profumato

8.Gérald Ghislain racconta dal 2000 le sue Histoires de parfums, nelle parole del profumiere una biblioteca olfattiva che scrive storie sulla pelle. Profumi contrassegnati con le date di nascita degli scrittori: 1804, dedicato a George Sand; 1873, Colette; 1740, De Sade; 1828, Jules Verne. Quest’anno la letteratura si mescola all’arte con Ceci n’est pas un flacon bleu, rimando magrittiano colorato di blue Klein: lo stand, presieduto da Marina Crosa – direttrice delle vendite per l’Europa e volenterosa narratrice –, è dominato da una macchina per scrivere tutta blu, collocata accanto a un libro in carta pregiata che ci parla del concept del profumo. Fragranza aldeidata bisex (è la tendenza del momento), contiene geranio, miele, arancia amara, patchouli.

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9.Gabriella Chieffo è un ingegnere ambientale il cui debutto nella profumeria artistica risale a qualche anno fa. La sua collezione 2016 si inaugura con Maisìa, fragranza che Gabriella definisce come “il grido delle donne che un tempo venivano bruciate vive, il grido delle donne tuttora arse al rogo del pregiudizio, di quelle sterminate tra le mura di casa, quello lacerante delle donne che in alcuni luoghi vengono ancora sottoposte a pubbliche esecuzioni sotto lo sguardo ipocrita e inerme del mondo. È il grido di ombre che fanno rumore, il grido di ombre che fanno luce”. Di ombre e di luci è fatta la scultura che campeggia su una parete dello stand di Gabriella Chieffo, e di molte lettere dell’alfabeto. Le note di Maisìa sono foglie di fico, bergamotto, limone, narciso, ginestra, legno affumicato di guaiaco, sandalo, ambra nera e una evocativa nota di cenere.

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10.Isabel Beauty è un’azienda che per creare alcuni dei suoi profumi si affida alla penna e al naso di Fulvio Fronzoni, che tra gli altri ha creato Words, fragranza dal lettering urbano, quadrilogia che compone un messaggio d’amore impaziente.

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Luisa Battiston, perfetta storyteller

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Fulvio Fronzoni

11. Dusita Paris. Dusita è un racconto d’amore, un omaggio letterario, una storia remota. Ploi Umavijiani è la figlia di Montri Umavijani, uno dei più grandi intellettuali thailandesi contemporanei, nato nel 1941 e morto nel 2006. In omaggio alla memoria del padre, scrittore, poeta e traduttore – intraprese la traduzione della Divina Commedia, che vide concluso solo l’Inferno –, Ploi ha creato la maison Dusita (in siamese vuol dire paradiso), che produce profumi ispirati ai versi di Montri. Colpisce subito, arrivati allo stand, un corposo libro verde, raccolta completa delle poesie di Umavijiani che il poeta non ha potuto vedere realizzata e oggetto attorno al quale ruota tutto il senso dell’azienda. Il kit promozionale che Ploi distribuisce con molta grazia contiene, oltre alle tre fragranze Issara, Mélodie de l’amour infini e Oudh Infini, un micropieghevole con una selezione delle poesie di suo padre.

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Così scrive Montri dello scrivere:

 Conosco la scrittura

solo come un cadere da,

e un avvicinarsi a,

ma non mi è dato sapere

cosa sia.

Scrittura, in A Thai Divine Comedy, 1980

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In basso, il micropieghevole con una selezione di poesie di Montri Umavijani

L’immagine grafica è progettata da un designer francese di cui non ricordo il nome perché ho perso il suo biglietto da visita, comunque bravissimo nel perseguire un equilibrio tra ornato orientale e rigore. Il marchio Dusita è fiore, farfalla, forma geometrica contenuta e compiuta.

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Il designer dell’immagine Dusita

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 P.s.: nel medesimo weekend a Milano si è tenuta anche una manifestazione intitolata Book Pride, di cui avevamo già parlato qui. Non mi attirava molto, come tutte queste iniziative con programmi sociologici, che si occupano di cose eque, solidali, giuste. Sapevo che i fans dell’editoria sindacalizzata sarebbero andati in brodo di giuggiole per l’Evento: quello che viene definito “storico accordo tra editori e traduttori“, il protocollo dal titolo “Le buone pratiche per un’editoria sana”. Lo so, lo so che i traduttori sono vessati eccetera (sono anche in buona parte una manica di nojosi con l’ossessione di essere citati, che raccolgono attorno a sé altre maniche di nojosi impiegati variamente in editoria, blogger che appiccicano sui loro siti bigliettini tipo “io non menziono libri in cui il traduttore non sia citato” o cose del genere. Si lagnano spesso di non essere pagati, ma per qualche motivo non assoldano avvocati per risolvere le loro questioni). Forse dovrei comunque andare a dare un’occhiata, mi dico. Allora torno a consultare il programma e mi accorgo che il 2 aprile alle 11 è previsto un incontro dal titolo “Partorire in movimento, i movimenti del bacino durante il parto”. La scia della mia risata omerica mi sospinge verso piazza Lina Bo Bardi, verso il lusso, la creatività, il mistero, la joie de vivre. Dove gli operai dell’editoria non mettono piede.


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“E mangiavano li sorci senza scorticarli”: in cui Jacques Paganel mette in dubbio l’esistenza dei Patagoni dimostrando di non aver letto Antonio Pigafetta

patagonia_webI figli del capitano Grant, si sa, si mettono alla ricerca del padre naufrago accompagnati nella loro avventura (e che avventura, signori miei! Rileggere subito) dei buoni signori Glenarvan. Sul Duncan, yacht dei Glenarval, viaggia anche lo svalvolato ma irresistibile Jacques Paganel, cui assegneremo l’onere di presentarsi: “[…] Jacques-Eliacin-François-Marie Paganel, segretario della Società Geografica di Parigi, membro corrispondente delle società di Berlino, di Bombay, di Darmstad, di Lipsia, di Londra, di Pietroburgo, di Vienna, di New York, membro onorario dell’Istituto reale geografico ed etnografico delle Indie orientali, che, dopo aver passato vent’anni della sua vita a studiare la geografia al tavolino ha voluto entrare nella scienza militante ed è diretto verso l’India per collegare fra loro le opere dei grandi viaggiatori.”

'The_Children_of_Captain_Grant'_by_Édouard_Riou_027Paganel non è certo dell’esistenza dei Patagoni:

“Nelle prime ore della navigazione, cioè per uno spazio da sessanta a ottanta miglia, fino al capo Gregory, le coste sono tutte sabbiose. Jacques Paganel non voleva perdere né un panorama, né un particolare dello stretto. La traversata doveva durare trentasei ore appena, e quel panorama mobile delle due rive ripagava la fatica che lo scienziato si imponeva di ammirarlo sotto i raggi infuocati del sole australe. Nessun abitante si mostrò sulle terre del Nord, solo pochi miserabili indigeni erravano sulle nude rocce della Terra del Fuoco.

Paganel ebbe dunque a dolersi di non veder dei Patagoni, cosa che lo contrariò molto, con gran divertimento dei suoi compagni di viaggio.

— Una Patagonia senza Patagoni non è più una Patagonia, — diceva.

— Pazienza, mio caro geografo, e vedremo anche i Patagoni.

— Non ne son certo.

— Ma ne esistono — disse Elena.

— Ne dubito molto, signora, poiché non se ne vedono.

— Eh, via! questo nome di Patagoni, che in spagnolo significa grossi piedi, non fu dato certamente a creature immaginarie.

— Il nome non fa nulla, — rispose Paganel, che si ostinava nella sua idea per ravvivare la discussione, — e, d’altronde, non si sa come si chiamino.

— Questo poi!… — esclamò Glenarvan. — Sapevate questo, maggiore?

— No, — rispose MacNabbs, — e non darei una lira di Scozia per saperlo.

— Tuttavia lo sentirete; — ribatté Paganel, — se Magellano chiamò Patagoni gli indigeni di quelle contrade, gli abitanti della Terra del Fuoco li chiamano Tiremenen, i Cileni Caucalhues, i coloni del Carmine Theuelches, gli Araucani Huiliches, Bougainville diede loro il nome di Chauha, Falkner quello di Tehuelhets! Essi dal canto loro si chiamano con la generale denominazione di Inaken! Ora domando come ci si può raccapezzare, e se sia possibile che un popolo che ha tanti nomi esista!”

Esistono, caro Paganel, i Patagoni esistono. Legga qua:

“Quando questi combattevano, mai stavano fermi, ma saltando de qua e de là. […] Certamente questi giganti correno più (dei) cavalli e sono gelosissimi de loro mogliere. Quando questa gente se sente male al stomaco, in loco de purgarse, se mettono ne la gola dui palmi e più d’una frezza e gomitano colore verde mischiato con sangue, perché mangiano certi cardi. Quando li dole el capo, se dànno nel fronte una tagiatura nel traverso, e così ne le bracce, ne le gambe e in ciascuno loco del corpo, cavandose molto sangue. Uno di quelli avevamo presi, che stava ne la nostra nave, diceva come quel sangue non voleva stare ivi e per quello li dava passione. Hanno li capelli tagliati con la chierega a modo de frati, ma più longhi, con uno cordone de bambaso intorno al capo, nel quale ficcano le frezze quando vanno a la cazza. Legano el suo membro dentro del corpo per lo grandissimo freddo. Quando more uno de questi, ge appareno X o dodici demoni, ballando molto allegri intorno al morto, tutti depinti. Ne vedono uno sovra li altri assai più grandi, gridando e facendo più gran festa. Così come el demonio li appare depinto, de quella sorte se depingono. Chiamano el demonio maggior Setebos, a li altri Cheleulle. Ancora costui ne disse con segni avere visto li demoni con due corni in testa e peli longhi che coprivano li piedi, gettare foco per la bocca e per il culo. Il capitano generale nominò questi popoli Patagoni. Tutti se vestono de la pelle de quello animale già detto. Non hanno case, se non trabacche de la pelle del medesimo animale e con quelle vanno mo’ di qua, mo’ di là, come fanno li Cingani. Vivono di carne cruda e de una radice dolce, che la chiamano chapae. Ogni uno de li due, che pigliassemo, mangiava una sporta de biscotto e beveva in una fiata mezzo secchio de acqua. E mangiavano li sorci senza scorticarli.”

ANTICA_DANZA_DELLA_PATAGONIAJules Verne, I figli del capitano Grant, 1867

Antonio Pigafetta, Relazione del primo viaggio intorno al mondo, 1524