cose da libri

dove si esplorano parole e si va a caccia di idee


Lascia un commento

autopromozione: “after the tribes”, una mostra dell’artista israeliana beverly barkat

“nello studio della dodici tribù di israele”, dice beverly in un’intervista a rai tre che uscirà a breve, “ho trovato il primo punto di connessione tra me stessa e la terra in cui ho scelto di vivere, israele, a cui sono giunta dal sudafrica.”

Screen Shot 2018-10-19 at 09.42.18nelle parole di giorgia calò, tra gli autori dei saggi, “L’opera è composta da una struttura metallica scandita in dodici riquadri, dove altrettanti dipinti su PVC semitrasparente del diametro di un metro sembrano fluttuare all’interno di ognuno di essi. Le dodici pitture circolari sono animate da una specifica trama cromatica che si rifà agli antichi testi, secondo cui ogni tribù era contraddistinta da una bandiera, o drappo di seta, con il simbolo rappresentante e presiedeva un territorio. Gli stendardi avevano il colore delle pietre preziose poste sul chòshen, il pettorale indossato dai cohanìm (sacerdoti). Sulle dodici gemme, collocate su quattro file, erano incisi i nomi dei figli di Giacobbe. Quando la luce le colpiva, queste emettevano il loro bagliore e i nomi d’Israele apparivano in rilievo rifulgendo a loro volta. I colori vivi e le pietre preziose, incastonate nel chòshen, esercitavano, secondo una tradizione cabalistica, la capacità di attrarre la dimensione spirituale presente e imprigionata nella materia.”

il catalogo della mostra è di marsilio; le traduzioni dall’inglese all’italiano sono della vostra anna albano, in compagnia dei colleghi robert burns e leslie ray per italiano —>inglese.

 

After the Tribes

11 ottobre

31 dicembre 2018

Museo Boncompagni Ludovisi,

Roma


6 commenti

tra antonio e jacopo, “cose da libri” sta con jacopo. e voi?

maiali+al+trogolo1con toni apocalittici e imagerie un tantinello ottocentesca antonio scurati afferma sulla “stampa” online di ieri che

“Gli editori sono vittime del bisogno di immettere sul mercato spropositate quantità di libri cui non corrisponde nessun desiderio di leggere un qualche libro determinato. Il risultato è che il sistema vomita regolarmente milioni di copie che vanno al trogolo cantando.”

3171462

gli giunge oggi un’ideale risposta in un post di jacopo de michelis su facebook, il quale dice cose assai condivisibili a proposito di quell’atteggiamento snobistico che pretenderebbe una selezione dei testi a monte con lo scopo di indirizzare il popolo verso letture più consone (per scurati). “cose da libri” apprezza l’intervento di de michelis, cosa ne dicono i lettori?

A me comunque questa storia che pubblicare meno sarebbe di per sè un bene per l’editoria continua a non convincere granchè. Non riesco a vedere come ridurre e impoverire l’offerta possa avere come conseguenza quella di rafforzare e rivitalizzare il mercato, in questo come in qualsiasi altro settore produttivo, culturale e non. Così come tendenzialmente mi irritano i continui, facili pistolotti retorici contro la cosiddetta “editoria dei bestseller” che appaiono sulla stampa. Non riesco a impedirmi di pensare che dietro queste prese di posizione si nasconda una elitaria e snobistica diffidenza verso le capacità di giudizio e discernimento di chi acquista e legge i libri: diamo meno possibilità di scelta ai lettori, così sarà meno probabile che scelgano ‘male’. Certo, fuffa e spazzatura abbondano tra i libri così come in qualsiasi altro ambito (basti pensare al junk food nei supermercati, oppure all’immancabile colonnino delle ‘notizie sceme’ nei siti dei giornali, che spesso e volentieri sono tra le più lette), ma i libri di qualità a volerli cercare ci sono, nonostante tutto gli editori, pur con tutte le colpe che sicuramente hanno, continuano a pubblicarne, anzi, mi spingo a dire che complessivamente, tra gli attori della filiera editoriale, gli editori (non tutti e non tutti allo stesso modo, ovviamente) sono quelli che alla qualità ancora credono di più (anche perché sono gli unici che sulla qualità, quando lo fanno, investono e rischiano dei soldi), ma spesso e volentieri quei libri di qualità non vengono sostenuti e valorizzati da chi avrebbe la possibilità (il compito?) di farlo. Faccio due esempi che conosco direttamente: noi nel 2013 abbiamo pubblicato due libri di altissima e indiscutibile qualità, lo splendido romanzo Il Signore degli Orfani di Adam Johnson e 1913 di Florian Illies, uno dei migliori saggi usciti negli ultimi anni. Ebbene per quanto ci siamo dannati l’anima, siamo arrivati a strisciare e supplicare perché venissero esposti e recensiti, se il primo non avesse vinto il Pulitzer e approfittato della pubblicità che ne è derivata a oggi avrebbe venduto probabilmente 3000 copie, e quanto al secondo, se sta andando bene è soprattutto grazie all’entusiastico passaparola dei lettori. Ci sono delle eccezioni, ci sono critici e testate che di quei libri si sono occupati (in particolare nel caso di Illies va almeno citato il “Corriere”, grazie al fatto che il suo direttore è stato il primo fan italiano del libro) ma di sicuro non hanno avuto, in generale, l’attenzione e il sostegno che avrebbero meritato. A mio modesto e personale parere, se invece di dedicare tanto spazio ad articoli ed editoriali di fuoco (fatuo) contro l’editoria dei bestseller si iniziasse a usarlo per recensire bei libri di qualità, sarebbe già un passo avanti.