cose da libri

dove si esplorano parole e si va a caccia di idee


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librai di milano, accendete la luce_di letti di notte, di un libro bellissimo e del corpo esposto di uno scrittore

e così, nell’ambito di “letti di notte“, venerdì scorso la signora cose da libri si è recata alla libreria centofiori di milano per assistere alla presentazione del libro di monica pareschi è di vetro quest’aria, racconti di rara bellezza nel panorama italiano, scritti con il bisturi, di cui avevamo parlato qui.

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click click per vedere l’immagina grande. è di vetro quest’aria alla libreria centofiori di milano. al centro, monica pareschi; a sinistra federico bario e a destra orazio labbate

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com’è ovvio per un traduttore, la lingua sta al centro di tutto: epperò pareschi, cosa non scontata, ne estrae diamanti amari che taglia con il massimo della precisione. “questa cura della bellezza esteriore che mi rimproverate è per me un metodo. quando trovo una brutta assonanza o una ripetizione in una delle mie frasi, sono sicuro che sto sguazzando nel falso”, diceva gustave flaubert non ricordo dove: ebbene, state sicuri che pareschi non sguazza mai. è uno dei motivi per cui questo libro dovrebbe essere letto molto dalle persone giovani, meglio ancora dagli scrittori giovani.

e in effetti a presentare il libro di pareschi c’era un entusiasta orazio labbate, scrittore pieno di fuoco che nel carniere di parole ne ha tante, anche alte (“cose da libri” ha pubblicato di recente un elogio del divano; leggete cosa scrive di un divano il nostro orazio, qui).

è stata una favolosa sorpresa, ieri sera, ascoltare questo ventinovenne parlare in italiano, con una scelta di termini assai ricercata, che magari “bella lì” lo dirà pure, ma conosce il contesto in cui dirlo. è stato lui, parlando dei racconti di pareschi, a introdurre il tema della letteratura, concludendo con un meravigliante invito a rispettarla. d’altra parte labbate il suo acharnement ce lo ha letteralmente scritto sulla pelle: sul suo petto è inciso un kafka gigantesco, che abbiamo scoperto e fotografato per i nostri lettori.

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click click per vedere l’intero del tatuaggio di kafka sul petto di orazio labbate

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click click per vedere il dettaglio di kafka

adesso due parole sul senso dell’ospitalità mostrato o non mostrato dalle librerie, con la premessa che le iniziative nelle stesse sono sempre lodevoli e degne di essere considerate. purtroppo molti, troppi di questi commerci sono afflitti da una perenne mancanza di calore: basta guardare la scelta delle luci. la presentazione di ieri si è svolta sotto crude luci al neon. sul tavolo dei relatori è stata posta una lampada rossa a simboleggiare l’iniziativa sotto la cui egida si è svolto l’incontro, per l’appunto “letti di notte”: ebbene, sarebbe stato sufficiente accenderla, quella lampada, per creare un piccolo cerchio caldo. quella spina, invece, non ha incontrato la sua presa. nessuno dei librai ha introdotto l’autrice, dicendosi lieto per la sua presenza e comunicandoci perché aveva scelto il suo libro. se vogliamo spingerci ancora più in là, come mi faceva notare l’eccellente lettore federico bario – pittore, scrittore e performer che ha interpretato brani dai racconti del volume –, non avrebbe guastato addirittura un mazzo di fiori per l’autrice.

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claudia tarolo di marcos y marcos (mi pare fosse lei: se così non è mi scuso con l’ignara signora) sul set di “letti di notte”, all’esterno della libreria centofiori

questo della coziness, ai librai di milano, è un concetto un po’ estraneo: essi non sono come mr. b. alla centofiori, venerdì scorso, c’era un’aria di sostanziale indifferenza che non faceva bene all’atmosfera generale.

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click click per leggere la definizione del termine “cozy”

noi, comunque, ci rallegriamo per l’esistenza del libro di monica pareschi e, per ora sulla fiducia, su quello di orazio labbate, che esisterà (guardate ottobre nel piano editoriale di tunué). scialla, perciò, e lunga vita a kafka.

 


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Esce il libro di Monica Pareschi: “È di vetro quest’aria”

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Click click click per vedere il volto della traduttrice Monica Pareschi

Conosco Monica Pareschi da quando era piccola. Nel senso che la prima sua cosa che ho letto è stato un lieve racconto funebre dal titolo impegnativo, I morti (qui, però, niente neve e nostalgia di amori giovanili), pubblicato sulla “Rivista intelligente” di Giovanna Nuvoletti e scritto dal punto di vista di una bambina.
Lieve, per l’appunto, poiché “quei morti lì erano morti da così tanto tempo che nessuno li piangeva più, e oltretutto erano morti allegri”, eppure con tutto il peso di un linguaggio preciso e affilato come lo scatto di quella chiusura che ti pare di vederla, la borsetta delle sorelle del nonno: “Precedute dal clic assertivo delle borsette – l’occasione meritava il coccodrillo – e avvolte da una fragranza momentanea di menta e fazzoletti puliti, un paio di sorelle di mio nonno, in pelliccia di persiano e in un angolo, recitavano dapprima sommessamente e poi in un crescendo entusiasta il rosario […]”.
Per non parlare del finale che, nella sua asciutta tautologia, della sabaudità di Pareschi dice tutto: “…e fine della storia”.
L’ho incontrata nuovamente, adulta, nella protagonista di Soglia d’amore, racconto asperrimo e ossimorico di disfacimento, rinascita e stupore, in cui una cinquantenne “piacente, come si dice”, si confronta con il corpo ancora ribollente di umori di una suocera alla soglia della morte e indugia dubbiosa sulla definizione dell’amore.
In questo testo di Pareschi ho trovato una delle più veritiere scene di sesso coniugale che abbia mai letto, una descrizione straordinariamente matura dell’orribile bellezza della consuetudine:

“Hanno armeggiato nel buio della stanza, mescolato i loro fiati odorosi di dentifricio – quello di Giulio un po’ ulceroso – la stoffa dei pigiami – flanella Marisa, cotone Giulio — odori e umori risaputi che il letto cova e rilascia ad ogni smuoversi di coperte.
Hanno strofinato e leccato, strizzato e allargato, pizzicato e impugnato, con metodico amore. Si sono concentrati, spremendosi le meningi e continuando a incastrarsi, ciascuno pescando scampoli di pornografia privata dalla propria testa, girandole di culi lisci dilatati Giulio, generici orifizi luccicanti Marisa. Poi Giulio è venuto con una serie crescente e ritmata di emissioni d’aria, grandi boccate sonore un po’ doloranti, come di sforzo. Marisa, a cavallo di Giulio, ha finito come una furia, come se strappasse qualcosa, facendo cozzare le pelvi contro quelle di lui, facendogli male. Poi è smontata e ha aspettato ferma il rigurgito rancido tra le cosce, il rivolo estraneo, tiepido e poi subito gelato che le avrebbe incrostato la pelle come una filigrana.”

L’anno scorso, in occasione della morte di Doris Lessing, Pareschi ne ha scritto un ricordo talmente onesto che trasudava affetto in ogni lettera. Ha descritto una donna socialmente poco piacevole, dal comportamento al limite (ancora la soglia: tra ciò che si può tollerare e ciò che diventa tollerabile solo se si ricorda costantemente la grandezza di chi pratica un comportamento scomodo), che abitava in una “assurda casa di Hampstead, con l’odore di urina di gatto così forte da dare la nausea, il disordine pazzesco, il figlio psicotico che vive con lei, i divani sfondati”; propugnando nel finale dell’articolo una preziosissima indicazione di libertà:

“Era piccola, più piccola di me che già lo sono, con una grande testa regale, e bellissime, profondissime rughe. Sapeva chiaramente quanto valeva, e non faceva niente per nasconderlo [il corsivo è mio]. Non era simpatica, e non fingeva di esserlo. Non ricordo di averla mai vista sorridere. Era già nella Storia, dura come una pietra, e non credo che avesse paura.”

Ho scritto questa lunga introduzione perché la ritenevo necessaria per delineare il percorso coerente di Monica Pareschi, fino alla raccolta che uscirà domani per Italic Pequod, È di vetro quest’aria: sette racconti, compresa una riedizione di Soglia d’amore (gli altri titoli sono Il dono, Corpo a corpo, Il progetto, Solo un momento, Una guerra da bambini, Come in autunno sul boulevard).

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Click click click per vedere la copertina del libro di Monica Pareschi

Vi troviamo bambini acidi, sperduti, turbati dai bisbigli misteriosi e dalle porte chiuse, cifra del mistero rappresentato dalla vita segreta dei genitori:

“A tavola stasera c’è sempre un silenzio nemico, odore d’arrosto e di ricatto, rughe in mezzo agli occhi, colpi di tosse, posate che urtano i piatti, fragore attutito di battaglia. Dopo un po’, mentre sono già a letto, dalla camera dei miei genitori arrivano voci soffocate, il ritmo urgente della richiesta e infine, sibilante e rabbiosa, una lunga sequenza di no no no. Il giorno dopo mi portano dai nonni, due giorni dopo nel pomeriggio mio padre viene a prendermi e torniamo a casa. Mia madre è chiusa in camera, io vado a chiudermi nella mia. Più tardi incontro mio padre in corridoio, preceduto dal suo odore di sigaretta e giornali, e cerco di sfuggirgli. Ma lui si china su di me, mi trattiene per le spalle, e senza guardarmi mi dice in fretta: ‘La mamma è molto triste in questi giorni, devi starle vicino’. Io mi divincolo e proseguo per il corridoio e penso non si dicono cose del genere, non a un bambino”.
Una guerra da bambini

E donne alle prese con adulteri senza speranza, praticati con metodo:

“È il pomeriggio di un giorno feriale e sta andando a trovare il suo amante. Di solito lo raggiunge in treno nella città dove abita, che è a un’ora scarsa dalla sua. Si vedono di rado, sempre il pomeriggio. Due o tre ore al massimo. Lui sta con un’altra e lei sta attenta a non mettersi idee in testa. La gente dice che in questi casi c’è un patto non scritto, soprattutto a una certa età. Alla loro, di età, è buona norma fare l’amore, ogni tanto. Non c’è urgenza ma si sa che fa bene, aiuta a sentirsi vivi in mezzo a tutte le grane della vita. Per l’incontro deve organizzarsi in anticipo. Preparare la cena per la sera il giorno prima, lasciare istruzioni alla colf e a sua figlia perché a una certa ora accenda il forno. Dare disposizioni in studio, perché sarà assente tutto il giorno. Il cellulare in modalità vibrazione la avvertirà se ci sono imprevisti. La mattina si lava i capelli sotto la doccia, controlla lo smalto sulle unghie dei piedi e mette la crema per il corpo. Sceglie intimo e vestiti con cura, ma sempre nel suo stile sobrio perché non vuole rendersi ridicola. Con un rettangolo di carta igienica tampona l’eccesso di rossetto. Sorride al primo scatto della serratura. Si guarda.”
Come in autunno sul boulevard

Con questa raccolta, primo punto d’arrivo di un’opera di cui si auspica un celere rafforzamento quantitativo (Monica, scrivi di più), l’autrice conferma un talento speciale per le parole, in parte dono e in parte frutto dell’estenuante allenamento a tradurre e filtrare la parola altrui.
I racconti di Monica Pareschi vanno letti e in particolare vanno regalati alle ragazze. Non so pensare a una scrittrice contemporanea più soavemente spietata e utile, piena di grazia nel raccontare il sublime abominio dei corpi, netta nel raccontarci che è meglio non raccontarsela.

Monica Pareschi, È di vetro quest’aria, Italic Pequod, Ancona 2014, 120 pagine, 15 eurini ottimamente spesi

L’autrice
Monica Pareschi vive a Milano, dove traduce e lavora come editor per diverse case editrici. Ha tradotto, tra gli altri, Doris Lessing, James Ballard, Bernard Malamud, Willa Cather e Shirley Jackson. Editor della collana “Le Grandi Scrittrici” di Neri Pozza, ha pubblicato di recente una traduzione di Jane Eyre.