cose da libri

dove si esplorano parole e si va a caccia di idee


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“…richiede senza dubbio molta applicazione”_il manuale sul self publishing di Alberto Forni

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La copertina vagamente tautologica del libro di Forni

“Questa guida affronta molti degli aspetti legati all’autopubblicazione, a partire dalla realizzazione tecnica di un libro elettronico fino alla sua promozione.

Perché se a uno scrittore tradizionale è richiesto solo di saper scrivere (o al limite, in qualche occasione, di saper anche parlare di ciò che scrive), uno scrittore “indipendente” deve essere in grado di correggere e formattare il proprio testo, creare una copertina, scegliere il “giusto” prezzo da applicare al libro o i canali attraverso cui distribuirlo, deve conoscere bene il funzionamento degli store digitali e magari avere anche qualche nozione di base sui principali aspetti fiscali o i meccanismi dei motori di ricerca. Senza contare l’impegno richiesto per la promozione, che rischia di diventare un’attività parallela.

Insomma, diventare editori di se stessi può anche sembrare un’idea entusiasmante, ma richiede senza dubbio molta applicazione.”

È uscito a settembre scorso, ma “cose da libri” lo segnala volentieri poiché è uno strumento utile e chiaro, una lettura illuminante per tutti coloro i quali intendessero affrontare l’impresa di pubblicarsi da sé in forma elettronica. La qual cosa, come scrive l’autore Alberto Forni, non è facile come potrebbe sembrare. Il lavoro dell’editore, in tutte le sue declinazioni tecniche, non è cosa alla portata dei digiuni del settore. Il manuale di Forni è inteso a colmare le lacune: affronta il processo dall’inizio alla fine, dalla definizione di e-book all’autopromozione.

Questi gli argomenti affrontati, elencati nel sommario:

Introduzione

Questo libro

La rivoluzione digitale

La verità, vi prego, sul self-publishing

Realizzare un libro elettronico

Cos’è un e-book?

La guerra dei formati

Preparazione del testo

Com’è fatto un e-book

La formattazione

L’importanza della copertina

Mettere in vendita il proprio e-book

Editori di se stessi

La scelta del titolo

Presentare al meglio il proprio libro

Decidere il prezzo

DRM sì, DRM no

Il diritto d’autore

Il codice ISBN

Store digitali e distribuzione

Chi è Amazon

Kindle Direct Publishing

Il programma KDP Select

Le recensioni

Smashwords e altri store digitali

Print on demand

Aspetti fiscali nazionali e internazionali

Promuovere un libro nell’era digitale

Autopromozione

Cosa fare e cosa non fare

Storie di successo

Amanda Hocking

John Locke

Hugh Howey

Checkpoint

Chi sono

Per una riflessione sul ruolo dell’editore e sull’e-book, si veda qui: Sandro Ferri di e/o ha un’idea molto precisa riguardo alla necessaria selezione da operare tra i testi e all’autopubblicazione.

Alberto Forni, Tutto quello che devi sapere per pubblicare (e vendere) il tuo e-book. Guida al self-publishing, Barney Edizioni, Siena 2014, 10 euro, oppure 8,50 euro su Amazon; disponibile anche in e-book.

Alberto Forni, scrittore e giornalista, è anche l’ideatore del sito di servizi per autori indipendenti il tuo ebook.


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i dattilografi narcisisti_un attimo, solo un attimo prima del self publishing selvaggio

Self-Publish-Releasesolo un attimo prima, nel 2005, così scriveva pat walsh nel suo 78 ragioni per cui il vostro libro non sarà mai pubblicato & 14 motivi per cui invece potrebbe anche esserlo:

“La grande scrittura non è un prodotto naturale. Non è semplicemente un dono. non è una questione genetica. La capacità di usare le parole – raccontare una storia, far capire alla gente ciò che non sa, farle vedere ciò che prima non sapeva immaginare – è un talento, e il talento non è ‘gratis’. È qualcosa che va conquistato attraverso la dedizione, la smania, la cura. Nasce dal desiderio di condividere con il lettore i frutti della propria immaginazione e della propria esperienza, esattamente come si viene educati e trae piacere dalle fatiche degli altri scrittori. Sboccia e fiorisce dall’impegno a mostrare e far apprezzare agli altri ciò che si è visto e apprezzato. Una scrittura densa e bella è un modo per ricolmare il pozzo da cui si ha attinto.

Quelli che scrivono per motivi sbagliati, che non leggono, che sono mossi solo dal desiderio di gloria e di fama, non li definirei scrittori: non sono che dattilografi narcisisti, ed è anche a causa loro se molti scrittori validi non potranno mai aggiudicarsi un posto sullo scaffale di una libreria. […]

Quello dello scrittore è il mestiere più bello del mondo, perciò è giusto che sia anche il più difficile. Essere pubblicati non dovrebbe essere una cosa facile. Immaginate per un attimo che lo fosse: ogni persona in possesso di una macchina da scrivere o di un computer, e di un po’ di tempo libero, avrebbe un libro in fase di pubblicazione. In pratica, vivremmo in una discarica letteraria. Le persone che amano leggere dovrebbero passare al setaccio centinaia di libri pessimi per trovarne uno passabile, e centinaia di libri passabili per trovarne uno grandioso.”

 Per qualche cenno sul ruolo dell’editore nella selezione dei libri da pubblicare si veda anche qui (questa è una autocitazione).


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Il grande tabù. Giacomo Agosti, “Doppiatori”

IMG_2881Per le prime pagine di Doppiatori si procede con fatica: tutto vi sa di oscuro, ellittico, involuto. Sono pagine irritanti, in cui il lettore vive con dispetto la reticenza dell’autore e si chiede perché e vorrebbe mollare e mandare chi ha scritto al suo destino.
Giovanni, però, il “superbambino della classe accanto”, GiovanniGiovanniGiovanni c’è da subito e ci sarà sino alla fine, come una sorta di pressa crudele che incombe. Giacomo, “la sposina senza nome di un lord inglese che ha perso la prima moglie”, è il fratello minore di Giovanni e fa pensieri da gran signora:“Penso a un vestito da gran sera per il momento del naufragio.”
La difficoltà di ricostruzione di un filo, la difficoltà di lettura termina quando Giacomo rende esplicita l’omosessualità di Giovanni – “Perché non dico agli amichetti che entrambi [Giovanni e la ragazzina Paola, compagna delle medie] leggono una collana di libri per ragazzine intitolata Kitty – i libri da passeggio?” – e quasi con dispetto manifesta anche la sua – “[…] un grande cazzo si merita un grande pensiero.”

“Il pompino che irrompe nella mia testa di quattordicenne, chiude magicamente il cerchio. […] Dall’altra parte, il pompino esplicita il mio desiderio di tornare ad essere allattato, e – perché no? – ingravidato. Il problema è che mamma è perentoria nel farmi seguire la strada verso il cazzo di Giovanni (‘vuoi vedere com’è fatto un uomo? Guarda lui’), così che io inizio a pensare che far l’amore con mio fratello non sarebbe poi tanto male.”

Persino nella considerazione di altri omosessuali, partner occasionali di Giacomo, emerge il confronto con il fratello dal piglio più risoluto:

“Non potresti essere frocio come tuo fratello, che almeno sembra più maschile?”

Giovanni è lo scoglio, l’ostacolo, la porta chiusa. Giovanni-Norah Elmer, Giovanni-Raffaella Carrà, Giovanni-fighetta, Giovanni-Giovanna, quasi mai totalmente accessibile. Un fratello-specchio alieno e segreto che a un certo punto si separa quasi del tutto dal fratello minore, il quale parlando di sé al femminile scrive:

“Rinnegata e felice, io scivolavo da un uomo all’altro […]”

Poi in qualche modo si ricompone il triangolo Giovanni-Giacomo-mamma, con l’indebolimento e poi il tumore di lei. Giovanni prende tutto ciò che sente essergli dovuto, soldi e casa, ma lo vuole dalle mani di Giacomo, che in un’ultima trionfante visione assimila la richiesta di Giovanni a una puerile richiesta d’incesto e si prende la sua vendetta negandoglielo.
I soldi sono potere e il cazzo è potere. Alla fine i ruoli si invertono: suo fratello, dice Giacomo, non lo guarda più come una checca. È una rimascolinizzazione che imprevedibilmente dà a Giacomo un potere che agli occhi del fratello non ha mai avuto. I soldi sono potere e diventano il cazzo che Giovanni desidera da lui. L’ultimo atto di un ossimorico sodalizio che non conclude né guarisce, ma al contrario esacerba la progressiva opera di ostensione delle miserie di un femminile assai stereotipico inseguito nell’attraversamento grammaticale del genere; nelle ultime pagine i fratelli sono sorelle, si identificano e si attribuiscono identità di attrici o altre celebrità. Una modalità che non ti aspetti in due fratelli di buona famiglia, un modo di pensare e interloquire più coerente con un mondo di impiegati e parrucchieri.
Ostensione, si diceva: l’esibizione, la progressiva messa a nudo dei corpi sbagliati, ma senza suadenti spogliarelli, ma strappando i panni. Lo scandalo di queste pagine sta proprio nella esibizione integrale di una sublime stronzaggine borghese. Lo scandalo sta nei nomi, nomi veri di persone esistenti e riconoscibili.
Né sussurri, né voci di corridoio, ma una voce chiara che si agita tra desiderio di vendetta e volontà di cronaca.

courtesy clangroup.it

Giacomo Agosti: attore, regista, scrittore, storico dell’arte. Courtesy clangroup.it

Una chiosa
La vicenda editoriale di Doppiatori è curiosa. Proposto a diversi editori, apprezzato da diversi editor, il racconto non arriva mai alla pubblicazione. Alla fine l’autore decide di fare da sé e si affida a un grafico che progetta e impagina un volume dalla curiosa forma allungata, con una copertina giallo vivo e risguardi verde fondo, e a uno stampatore che produce una piccola tiratura. Perciò di Doppiatori non esistono molte copie, e chi scrive si ritiene fortunata per aver ricevuto un esemplare da una amica. Eppure, ci giurerei, la storia di questo libro non finisce qua.

Giacomo Agosti, Doppiatori – Madama Butterfly, stampato da Tipografia Fabbri, Modigliana 2014, 40 pagine, senza indicazione di prezzo

Giacomo Agosti, qui. Uno dei suoi ultimi lavori è La rondine, di Giacomo Puccini, presentata il 5 aprile di quest’anno a Milano, presso Casa Verdi.

Giovanni Agosti, qui. L’ultima mostra che ha curato è “Bernardino Luini e i suoi figli”, in corso a Milano, Palazzo Reale, fino al 13 luglio 2014.

 


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quando non puoi scrivere “cazzo”

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courtesy theutscmessenger.com

troppo facile scrivere “cazzo”. in una scena di sesso, dico. quando un editor riceve un manoscritto con scene di sesso deve chiedersi 1.: se quelle scene sono assolutamente necessarie nell’economia complessiva della vicenda, oppure se non sono un maldestro tentativo di suscitare un po’ di interesse, di mettere un po’ di pepe in una vicenda moscia; 2.: nel caso le scene fossero necessarie, se sono coerenti rispetto al registro generale dello scritto.

chi scrive, dal proprio ovviamente limitato osservatorio, rileva 1.: che scrivono di sesso più le donne che gli uomini; 2.: che donne e uomini sono spesso eccessivamente neutri (“membro”, “piacere”, “acme”) o immotivatamente timidi. il mio parere è “vuoi scrivere una scena di sesso, scrivila bene”. dove bene significa articolare e dettagliare. e siccome una buona scena di sesso deve essere soddisfacente per chi la scrive e per chi la legge, una scena di sesso poco dettagliata e articolata è come trovarsi di fronte a un caso di eiaculazione precoce. quando fai qualcosa a qualcuno voglio vedere esattamente cosa stai facendo e quale effetto produrrà e quanto e come andate avanti, se sei abile nel sollecitare le risposte del corpo altrui, se rispondi anche tu.

naturalmente mi riferisco in prevalenza ad autori che nel migliore dei casi si autopubblicheranno su amazon, quando non sono tentati da qualche editore a pagamento: accade sempre più spesso di ricevere manoscritti di autori che desiderano dare una risciacquatina professionale al loro testo prima di lanciarlo nell’agone dei libri che sempre più numerosi galleggiano nel mare magnum della rete. non siate timidi, per giove.

e comunque: aggiustare o riscrivere scene erotiche è immensamente divertente. richiede una specie di operazione mimetica: bisogna cercare di pensare al medesimo tempo come un uomo e come una donna, cercare di sentire e mettere in atto come l’uno e l’altra (ancora non è capitato, a chi scrive, di editare scene omoerotiche, nel qual caso saprebbe dove andare a cercare le consulenze indispensabili a scrivere una cosa ben fatta).

i dialoghi pongono una difficoltà particolare: è già un’impresa sovrumana impartire un minimo di naturalezza a un dialogo tra persone sedute a un tavolo davanti a un caffè, figuriamoci in un’alcova. direi: se proprio non siamo specialisti del dirty talk, meglio tacere e dedicarsi all’azione.


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Sul mestiere dell’editor, alcune pagine molto chiare da Laura Salvai

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Desidero segnalare una piccola pubblicazione sul lavoro dell’editor che condensa nelle poche pagine di un ebook la definizione e alcune fondamentali nozioni pratiche relative al mestiere, utili per chi sentisse portato a intraprenderlo ma anche per chi volesse sapere di più su questa funzione a tutt’oggi perlopiù esoterica. Salvai dipinge anche un sintetico affresco delle redazioni come erano e come sono, dando conto della progressiva concentrazione di parecchie funzioni in un solo professionista, dopo lo sfrondamento deciso delle numerose figure un tempo occupate attorno alla produzione di un libro.

Il redattore factotum

Ai tempi di Calvino le case editrici erano luoghi affollati. C’erano i redattori, che preparavano il dattiloscritto per la stampa; gli addetti dell’ufficio tecnico, che seguivano il lavoro dei tipografi; i correttori di bozze, che andavano a caccia di errori; le dattilografe, che battevano a macchina le lettere indirizzate ad autori e traduttori. Tutte queste figure erano dipendenti della casa editrice e lavoravano a stretto contatto le une con le altre. Nelle grandi aziende come Einaudi i correttori erano molto numerosi e occupavano un ufficio a sé, dove i nuovi arrivati imparavano il lavoro dai più anziani. Con quattro letture di bozze affidate a quattro paia diverse di occhi era difficile che scappasse un refuso.

La grande svolta è avvenuta alla fine degli anni Ottanta, quando i file hanno cominciato a sostituire la carta in quasi tutte le fasi del lavoro editoriale. Nel volgere di poco tempo le redazioni sono state drasticamente ridimensionate: erano diventate troppo costose. Il lavoro che in precedenza era svolto internamente poteva essere affidato, con enorme risparmio, a professionisti esterni con partita Iva o contratti di collaborazione, coordinati da un dipendente della casa editrice. Era l’uovo di Colombo. Niente ferie pagate, né tredicesima, né giorni di mutua. E nei periodi di crisi, niente rogne con il sindacato.

Insieme alle grandi redazioni scompariva anche l’habitat che aveva consentito a generazioni di redattori di formarsi professionalmente attraverso il confronto con colleghi più esperti e protagonisti della scena culturale. Storie come quella del giovane Guido Davico Bonino, poi diventato un noto critico letterario e teatrale, che nei primi anni Sessanta aveva iniziato il suo apprendistato all’Einaudi sotto la diretta supervisione di Calvino, facevano ormai parte della mitologia delle origini. Sempre di più chi voleva imparare il mestiere doveva arrangiarsi da sé, spesso in totale solitudine.”

Laura Salvai, L’editing. Il laboratorio del libro, Alkemia Books, 2013. Su Amazon, a 3,49 euro, solo ebook.


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L’unico scrittore buono è quello pubblicato, dice Joe

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Joe Lansdale. Courtesy thecimmerian.com

[…] Puoi essere uno scrittore nella tua mente, e passi se non vuoi essere pubblicato. Ma non dirmi che sei uno scrittore se non ce n’è la prova. È come se io dicessi di essere un mago ma non mostrassi al pubblico i miei trucchi. […] E, per quanto possa essere triste, quelli che sono stati pubblicati dopo morti, se non fossero stati pubblicati sarebbero solo morti. Questo non li sminuisce come persone, ma la pubblicazione è quello che li definisce come scrittori. Qualcuno doveva leggerli. […]

Devo anche aggiungere che io non scrivo per gli altri o per essere pubblicato, ma spero che il risultato finale sia la pubblicazione, i soldi e la carriera. Ma scrivo al meglio quando lo faccio per me stesso […]. Ho avuto diversi brutti momenti nel percorso verso la pubblicazione, ma ho fatto del mio meglio e ho cominciato a pubblicare, vivendo il mio sogno di scrittore a tempo pieno ma senza preoccuparmi del mercato mentre scrivevo. Una volta finito, però, mi sono lanciato sul mercato come un pazzo.

[…] Non sono contro l’autopubblicazione, ma suggerirei di provare prima la via canonica. Se ti fai un nome e poi ti autopubblichi la cosa sembrerà più legittima. Ricevo molti libri autopubblicati: alcuni sono buoni, ma la maggior parte non lo sono. L’autopubblicazione è un modo per aggirare il modo più comune di pubblicare […], ma prevalentemente è giusto un modo di pubblicare ciò che non sarebbe uscito in un altro modo. Può essere meraviglioso, ma nella maggior parte dei casi non lo è. È un modo per evitare un rifiuto, cosa che è comprensibile. Ma si dovrebbe iniziare con la pubblicazione tradizionale.

Joe Lansdale, dalla sua bacheca su Facebook, 19 gennaio 2013


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per il 2013: di self publishing e di social media, con virata sulla concentrazione dello scrittore

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Caspar David Friedrich, Viandante sul mare di nebbia, 1818. Amburgo, Kunsthalle

 

Ogni anno, da qualche anno, lo scrittore Joe Konrath (qui la sua pagina wikipedia e qui il suo blog, alla pagina dove si trova l’originale integrale dello scritto che segue) concepisce e pubblica intelligenti bilanci e propositi per il suo nuovo anno professionale. Spigolo, praticando tagli, dal 2011:

Mi autopubblicherò

Solo dodici mesi fa ho guadagnato 1650 dollari su Kindle e con sorpresa ho potuto pagare il mutuo con le vendite dei miei ebook.

Questo dicembre guadagnerò più di 22.000 dollari, in prevalenza su Kindle; ma sto andando bene anche con Amazon e questo mese guadagnerò 2700 dollari attraverso il print on demand […]

Tutto ciò non è niente di meno che rivoluzionario. Non c’è più bisogno di guardiani – agenti che sottopongono opere agli editor che comprano i libri e li distribuiscono agli editori – che garantiscano di che vivere agli scrittori. Per la prima volta nella storia gli scrittori possono raggiungere i lettori senza difficoltà, senza bisogno di consacrazioni e di compromettere la propria integrità […]

Non dico che si debba abbandonare l’editoria tradizionale. Dico solo che NON ESISTONO CONTROINDICAZIONI per l’autopubblicazione. Nella peggiore delle ipotesi guadagnerete poco. Nella migliore sarete conteso da editor e case editrici.

Ricordate, però: per quanto siate contesi, avete sempre una scelta. NON accettate meno di quanto stimate di guadagnare in sei anni. Se vendete mille ebook al mese significa che l’anticipo minimo che devono offrirvi prima di firmare il contratto è 144.000 dollari. […] Attualmente i mie sette romanzi autopubblicati mi rendono ciascuno 24.000 dollari l’anno. In sei anni, al tasso corrente, mi renderanno più di un milione.

Ma non mi aspetto che le vendite rimangano le stesse; mi aspetto che salgano. Gli ebook non hanno ancora saturato il mercato, ma questo accadrà. E bisogna tenersi pronti a questa eventualità. Questo mi porta a dire…

 Non autopubblicherò porcherie

Il fatto che sia più facile che mai raggiungere un pubblico non vuol dire che si debbano pubblicare porcherie. […] Quando si parla di successo, la fortuna gioca la sua parte, ma lo stesso fa la professionalità. Essere un professionista vuol dire assicurarsi di avere una copertina graficamente professionale, una formattazione professionale per gli ebook e una stampa di qualità per i libri tradizionali.

Essere professionali vuol dire essere prolifici, avere molti titoli su piattaforme diversificate […] Ma significa soprattutto non infliggere al pubblico la propria scrittura di merda.

L’autopubblicazione non è una piscina per principianti, dove si impara a nuotare: prima di tuffarti devi essere un eccellente nuotatore.

Se le vendite non sono quelle auspicate, specialmente se avete fatto tutto quello che si è detto in precedenza, è tempo di analizzare ciò che avete scritto con sguardo impietoso. Il che mi porta a dire…

Guarderò con attenzione il mercato

Dire che sono entusiasta sul futuro dell’ebook è dir poco. Ciò non significa, tuttavia, che io possa scrivere qualunque cosa mi passi per la testa e aspettarmi di venderla.

Certo, adesso gli scrittori godono di una maggiore libertà. Certo, possiamo dedicarci a prodottini di nicchia, scrivere novelle, concentrarci sui nostri progetti personali.

Ma se vogliamo ricavare di che vivere dalla scrittura dobbiamo comprendere il nostro pubblico, e come possiamo dargli ciò che desidera.

L’autopubblicazione non è una scusa per essere degli egomaniaci indulgenti verso sé stessi. […]

Molti sanno quanto guadagno, ma non so quanti sappiano che

– ho cambiato o modificato un progetto di copertina 45 volte;

– ho riformattato i miei libri cinque volte;

– ho cambiato la scheda di presentazione 80 volte;

– ho cambiato i prezzi di ciascun libro tre o quattro volte.

A differenza dell’editoria tradizionale, il self publishing è un mondo dinamico: se qualcosa non vende bene come desiderate, potete cambiarlo. Il lavoro non finisce quando caricate il vostro ebook su Kindle. […]

dal 2012:

[…] Il 2012 sarà un anno molto interessante. Vedremo scrittori sconosciuti diventare ricchi. Vedremo scrittori noti lasciare i propri editori. Vedremo sempre più acquirenti di ereaders nel mondo. Vedremo alcune aziende fallire, altre crescere.

Siamo parte di qualcosa di grande, che diventerà ancora più grande. E mentre tutto ciò che sale può scendere, rimane ancora molto tempo prima che questo possa accadere con gli ebook. E quando accadrà? Bene. I formati e gli armamentari tecnologici vanno e vengono.

Ma il mondo avrà sempre bisogno di scrittori.

e dalle riflessioni sul 2013, parole interessanti per il loro contenuto sull’uso e l’efficacia dei social media e, soprattutto, sul valore della concentrazione:

All’inizio tutto verteva sul trovare un agente, trovare un editore, poi fare qualunque cosa per autopromuoversi. Questo blog parlava diffusamente di social media, di tour promozionali, di accordi con editori.

Le cose sono cambiate.

Ho 10.000 follower su Twitter, ma lo uso solo occasionalmente. Facebook? Non ci vado da otto mesi. Ho assistito all’ascesa e alla caduta di MySpace. Ho revocato l’iscrizione a Google+ perché non vedevo benefici. Linkedin? Non mi ricordo nemmeno la password.

Non farò mai più un tour promozionale. Dubito che farò mai un’altra seduta di booksigning. Ho smesso di parlare in pubblico, di presenziare a eventi. Un tempo era importante incontrare i lettori e fare rete con i colleghi. Adesso si può fare tutto via email.

Accordi con gli editori? Perché farne, se ci offrono così poco? 17,5% di royalties per un ebook pubblicato con loro, contro il 70% nel caso di autopubblicazione.

Sono mesi che non scrivo sul blog o uso Twitter. Sono stato impegnato a fare quello che gli scrittori dovrebbero fare: scrivere.

E indovinate un po’? Le mie vendite si sono mantenute costanti.

[…] Questo mi porta ai miei propositi per il 2013.

Dimentica te stesso

Ho eliminato i Google alerts, e non cerco più il mio nome su Google.

Non frequento le bacheche con i messaggi.

Non leggo le recensioni dei miei libri.

Non mi curo di ciò che la gente dice di me, nel bene e nel male, sui blog, su Twitter, nei media in genere.

Ci saranno sempre persone cui non piacete, o cui non piacciono i vostri libri.

Ignorateli.

Credetemi, è liberatorio non dipendere dalle opinioni degli estranei. Tutti noi dobbiamo concentrarci sullo scrivere. Perché ai milioni di lettori là fuori non importa nulla del vostro blog. Non vi cercano su Twitter e non evitano di comprare i vostri libri basandosi sui commenti altrui. […]

È molto facile diventare ossessivi in questo campo. Ma non ho uno straccio di prova che l’ossessività aiuti la carriera. Ciò che ho visto e rivisto sono persone che arrivano al successo scrivendo buoni libri.

Sono convinto che sia possibile vivere molto piacevolmente scrivendo senza preoccuparsi di nient’altro.

Tutti vogliamo credere di fare qualcosa di buono per la nostra carriera, perciò abusiamo dei social media, compriamo spazi pubblicitari, difendiamo strenuamente la nostra reputazione, coltiviamo i contatti con i media, compariamo ove possibile e proclamiamo la nostra marginalissima celebrità.

Lasciate perdere. Usate il vostro tempo per lavorare sui libri. È l’unica cosa che conta, e l’unica che possiate controllare.

Vi auguro un 2013 di grande successo. Buon anno.

Cosa ne pensi, o lettore?