cose da libri

dove si esplorano parole e si va a caccia di idee


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A respirare lo spirito dei luoghi

ferrovia_IMG_20150820_163049 Questa volta dare soddisfazione a quel pungente appetito che mi coglie spesso quando traduco – lo stesso che mi genera un desiderio irragionevole di possesso mentre scopro, traducendola, la storia dei Serpenti di Bulgari – è stato facile.

Bracciale Serpenti di Bulgari in oro rosa

Bracciale Serpenti di Bulgari in oro rosa

Il testo è dedicato a un artista, a un bon vivant, mio simile nel suo amore per i libri e la cancelleria, che ha arredato una casa nel modo migliore per trovarsi sempre a contatto con oggetti e stati che possano nutrire senza interruzione la sua creatività. Il tutto a Varenna, ameno borgo lecchese sul lago di Como, a 6,40 euro di biglietto ferroviario da casa. Varenna, che non sapevo fosse stata sollazzo e rifugio di artisti, musicisti, letterati, uno fra i tanti Gaetano Braga, che a Varenna incontra Fogazzaro e gli si lega di amicizia:

“Lavorando a Varenna, sua dimora prediletta, vi conobbe, tra molti altri milanesi, la famiglia dell’avvocato Giacomo Venieri, i fratelli Vigoni, Antonio ed Egidio Gavazzi, padre Nappi, de’ Frati Bene Fratelli, uomo assai faceto, allegro e di buona compagnia, e la famiglia Fogazzaro, della quale il capo, Mariano, era uomo distintissimo, liberale, ed amante della musica, e il figliuolo Antonio coltivava con gran successo le lettere, e divenne poi celebre scrittore italiano e Senatore del Regno: Antonio fu congiunto al nostro Braga dalla più tenera e costante amicizia, fino alla morte. Del Fogazzaro Egli musicò quei deliziosi versi intitolati: La ricamatrice e in appresso la traduzione italiana di una romanza francese: Les trois Bouquets de Marguerite: il Fogazzaro, a sua volta, ritrasse maestrevolmente l’amico in quella suggestiva novella: Il maestro Chieco.”

Vincenzo Bindi, Gaetano Braga da’ ricordi della sua vita, qui.

fontana_IMG_20150820_095635Varenna è a un’ora esatta di treno da Milano. Borgo lacustre, vive d’acqua ovunque, dallo specchio principale ai frequentissimi rubinetti pubblici, fontanelle e rii che vanno a riversarsi nel lago e costituiscono il nutrimento principale delle felci, visibili in gran copia sui muri stillanti.

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Il Fiumelatte visto dal ponticello di Fiumelatte

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Contrada al Fiumelatte

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Nel lago va a riversarsi anche il Fiumelatte, “Il fiume più breve di Italia”: duecentocinquanta metri di spuma lattescente che si origina in un luogo impervio, raggiungibile dopo una passeggiata con un finale difficoltoso la cui ricompensa sono la visione di una sorgente che pare la chioma riccioluta di un dio albino e una bevuta di acqua gelida, gradevolissima al palato.

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Fiumelatte, la sorgente

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Bottega di alimentari e panificio a Fiumelatte: niente supermercati, nel borghetto delizioso

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Tabaccaio abbandonato sulla via per la sorgente del Fiumelatte

Anche la presenza del Fiumelatte è piuttosto breve: lo si trova da maggio a ottobre, dopodiché la sua candida opulenza va a nascondersi chissà dove, salvo ripresentarsi l’anno successivo. Il Fiumelatte si trova a Fiumelatte, frazione di Varenna.

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Bambini francesi e cigni di Varenna sul lago

Varenna è una piazza con due o tre alberi secolari alla cui ombra si può riposare e osservare il passeggio, essendo essi dotati tutto intorno di comode e discrete panchine; è qualche villa, il lungolago e un paio di chiese, San Giorgio e San Giovanni Battista.

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Il bizzarro Cristo della chiesa di san Giovanni Battista a Varenna

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Interno della chiesa

Quest’ultima una chiesina romanica che conserva affreschi del Trecento e nel catino absidale ospita un Cristo con la Madonna e san Giovanni Battista ai lati, un Cristo strano, che indossa una sorta di bolerino orientale, come se fosse in procinto di esibirsi sulla piazza in uno spettacolo da mangiafuoco, ritratto seduto e non particolarmente sofferente, tanto che il sangue che sgorga dalle ferite dei chiodi appare come un dettaglio trascurabile.

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Meridiana Panta rei

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Meridiana Post tenebras lux

E qui finiscono le osservazioni in libertà su Varenna e i suoi dintorni.

Sì, ma i libri?, si staranno chiedendo a questo punto i lettori. Per quanto mrs. cosedalibri abbia potuto constatare, a Varenna non ci sono librerie. Gli unici due libri avvistati erano in mano ai signori qui sotto.

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del perché è cosa buona lavorare con un’agenzia di new york

 

è buona cosa, per un traduttore, iscriversi a un sito serio che raccolga l’offerta dei traduttori e la domanda dei committenti, filtrando i primi e i secondi secondo un altrettanto serio criterio di selezione. per una modesta cifra annuale si ha accesso a un vastissimo database di clienti e di lavori; sul sito si può costruire a mano a mano la propria immagine professionale, accedendo alla possibilità di essere trovati da chi cerca un profilo simile al vostro.

attraverso un sistema di endorsement e pubbliche valutazioni da parte dei professionisti iscritti è possibile verificare la serietà dei committenti, nonché la loro puntualità nel pagare le fatture. il tutto in tutto il mondo.

chi scrive è membro del sito, e in quanto tale è stata contattata da una agenzia di traduzioni di new york per una certa specializzazione. di seguito un sunto della vicenda con stralci della corrispondenza intercorsa sinora.

1. sul sito compare l’offerta di lavoro “si cercano traduttori e editor con esperienza nel campo dei gioielli e degli orologi”;

2. chi scrive si candida con una mail;

3. dopo un paio di giorni arriva la risposta di j., la quale afferma che le qualifiche di chi scrive paiono corrispondere alla ricerca, chiede quante parole ha tradotto nell’ambito specifico e se chi scrive vorrebbe tradurre un glossario. dopodiché informa che prima di affidare una prova di traduzione l’agenzia consegna al candidato un Non Disclosure Agreement (NDA) che, si specifica, non è vincolante ma serve semplicemente a mantenere la riservatezza sui materiali del cliente.

j. allega il documento, invitando chi scrive a restituirne le pagine 1, 6 e 7 debitamente compilate.

j. conclude invitando a porre eventuali domande chiarificatrici, dichiara che sarebbe felice di lavorare con chi scrive e augura un felice anno nuovo

4. chi scrive compila e restituisce, avendo fotografato le pagine dell’NDA con il suo iphone in assenza di uno scanner.

5. j. conferma di avere ricevuto le tre pagine compilate e fornisce qualche dettaglio in più sul glossario. allega alla mail il file di prova: 31 parole per le quali, specifica, l’agenzia offre un Purchase Order (PO) di 20 dollari. potrebbe chi scrive riconsegnare la traduzione entro 24 ore? j. mette in cc s., l’account project manager, invitando chi scrive a “rispondere a tutti”. e ringrazia chi scrive per il suo senso di collaborazione e per la sua flessibilità.

6. chi scrive consegna la prova di traduzione.

7. j. ringrazia e comunica che chi scrive riceverà un follow up dal project management team. nel frattempo, allega la policy di pagamento dell’agenzia, invitando a scegliere la forma di pagamento desiderata. non dimentica di esordire con un “buona epifania!”, in italiano.

8. con una mail separata entra in campo a., la quale allega al suo messaggio il Purchase Order, invitando chi scrive a fatturare. i termini di pagamento prevedono un’attesa massima di 30 giorni per il saldo di quanto dovuto.

aggiungo che solo prima di natale è cessata la mia battaglia con un committente di milano per il pagamento di una fattura risalente al 2013: un lavoro, come tanti altri, affidato con una pacca sulla spalla perché tanto ci conosciamo.

per i contabili e i perenni scontenti editoriali che fanno gli elenchi delle case editrici a pagamento però poi biasimano chi denuncia pubblicamente un certo editore per non aver rispettato i patti (perché sono giovani o meno giovani ma assai democristiani, perciò, suvvia, meglio comunque non rovinare i rapporti, ché non si sa mai):

tra le case editrici più serie dal punto di vista della puntualità dei pagamenti cito skira editore, che da qualche tempo ha messo a punto un sistema amministrativo molto efficiente; mondadori electa; alessio roberti editore, che merita la palma di onore per la gentilezza e la rapidità nei pagamenti. tra le agenzie di traduzioni la palma va senz’altro alla language consulting di milano, cristallina nei rapporti e nei pagamenti.

la conclusione è che un free lance non deve accettare incarichi fumosi né lasciare che committenti disonesti sminuiscano il suo lavoro attraverso trattamenti umani ed economici (il che è sostanzialmente lo stesso) irrispettosi; che è necessario tagliare i rami secchi, senza paura per eventuali vuoti nelle committenze. certo, è psicologicamente rassicurante avere la sensazione di lavorare, anche pagati male o non pagati affatto: però è più remunerativo mandare al diavolo il committente insolvente e dedicarsi al marketing di sé stessi.


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Esce il libro di Monica Pareschi: “È di vetro quest’aria”

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Click click click per vedere il volto della traduttrice Monica Pareschi

Conosco Monica Pareschi da quando era piccola. Nel senso che la prima sua cosa che ho letto è stato un lieve racconto funebre dal titolo impegnativo, I morti (qui, però, niente neve e nostalgia di amori giovanili), pubblicato sulla “Rivista intelligente” di Giovanna Nuvoletti e scritto dal punto di vista di una bambina.
Lieve, per l’appunto, poiché “quei morti lì erano morti da così tanto tempo che nessuno li piangeva più, e oltretutto erano morti allegri”, eppure con tutto il peso di un linguaggio preciso e affilato come lo scatto di quella chiusura che ti pare di vederla, la borsetta delle sorelle del nonno: “Precedute dal clic assertivo delle borsette – l’occasione meritava il coccodrillo – e avvolte da una fragranza momentanea di menta e fazzoletti puliti, un paio di sorelle di mio nonno, in pelliccia di persiano e in un angolo, recitavano dapprima sommessamente e poi in un crescendo entusiasta il rosario […]”.
Per non parlare del finale che, nella sua asciutta tautologia, della sabaudità di Pareschi dice tutto: “…e fine della storia”.
L’ho incontrata nuovamente, adulta, nella protagonista di Soglia d’amore, racconto asperrimo e ossimorico di disfacimento, rinascita e stupore, in cui una cinquantenne “piacente, come si dice”, si confronta con il corpo ancora ribollente di umori di una suocera alla soglia della morte e indugia dubbiosa sulla definizione dell’amore.
In questo testo di Pareschi ho trovato una delle più veritiere scene di sesso coniugale che abbia mai letto, una descrizione straordinariamente matura dell’orribile bellezza della consuetudine:

“Hanno armeggiato nel buio della stanza, mescolato i loro fiati odorosi di dentifricio – quello di Giulio un po’ ulceroso – la stoffa dei pigiami – flanella Marisa, cotone Giulio — odori e umori risaputi che il letto cova e rilascia ad ogni smuoversi di coperte.
Hanno strofinato e leccato, strizzato e allargato, pizzicato e impugnato, con metodico amore. Si sono concentrati, spremendosi le meningi e continuando a incastrarsi, ciascuno pescando scampoli di pornografia privata dalla propria testa, girandole di culi lisci dilatati Giulio, generici orifizi luccicanti Marisa. Poi Giulio è venuto con una serie crescente e ritmata di emissioni d’aria, grandi boccate sonore un po’ doloranti, come di sforzo. Marisa, a cavallo di Giulio, ha finito come una furia, come se strappasse qualcosa, facendo cozzare le pelvi contro quelle di lui, facendogli male. Poi è smontata e ha aspettato ferma il rigurgito rancido tra le cosce, il rivolo estraneo, tiepido e poi subito gelato che le avrebbe incrostato la pelle come una filigrana.”

L’anno scorso, in occasione della morte di Doris Lessing, Pareschi ne ha scritto un ricordo talmente onesto che trasudava affetto in ogni lettera. Ha descritto una donna socialmente poco piacevole, dal comportamento al limite (ancora la soglia: tra ciò che si può tollerare e ciò che diventa tollerabile solo se si ricorda costantemente la grandezza di chi pratica un comportamento scomodo), che abitava in una “assurda casa di Hampstead, con l’odore di urina di gatto così forte da dare la nausea, il disordine pazzesco, il figlio psicotico che vive con lei, i divani sfondati”; propugnando nel finale dell’articolo una preziosissima indicazione di libertà:

“Era piccola, più piccola di me che già lo sono, con una grande testa regale, e bellissime, profondissime rughe. Sapeva chiaramente quanto valeva, e non faceva niente per nasconderlo [il corsivo è mio]. Non era simpatica, e non fingeva di esserlo. Non ricordo di averla mai vista sorridere. Era già nella Storia, dura come una pietra, e non credo che avesse paura.”

Ho scritto questa lunga introduzione perché la ritenevo necessaria per delineare il percorso coerente di Monica Pareschi, fino alla raccolta che uscirà domani per Italic Pequod, È di vetro quest’aria: sette racconti, compresa una riedizione di Soglia d’amore (gli altri titoli sono Il dono, Corpo a corpo, Il progetto, Solo un momento, Una guerra da bambini, Come in autunno sul boulevard).

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Click click click per vedere la copertina del libro di Monica Pareschi

Vi troviamo bambini acidi, sperduti, turbati dai bisbigli misteriosi e dalle porte chiuse, cifra del mistero rappresentato dalla vita segreta dei genitori:

“A tavola stasera c’è sempre un silenzio nemico, odore d’arrosto e di ricatto, rughe in mezzo agli occhi, colpi di tosse, posate che urtano i piatti, fragore attutito di battaglia. Dopo un po’, mentre sono già a letto, dalla camera dei miei genitori arrivano voci soffocate, il ritmo urgente della richiesta e infine, sibilante e rabbiosa, una lunga sequenza di no no no. Il giorno dopo mi portano dai nonni, due giorni dopo nel pomeriggio mio padre viene a prendermi e torniamo a casa. Mia madre è chiusa in camera, io vado a chiudermi nella mia. Più tardi incontro mio padre in corridoio, preceduto dal suo odore di sigaretta e giornali, e cerco di sfuggirgli. Ma lui si china su di me, mi trattiene per le spalle, e senza guardarmi mi dice in fretta: ‘La mamma è molto triste in questi giorni, devi starle vicino’. Io mi divincolo e proseguo per il corridoio e penso non si dicono cose del genere, non a un bambino”.
Una guerra da bambini

E donne alle prese con adulteri senza speranza, praticati con metodo:

“È il pomeriggio di un giorno feriale e sta andando a trovare il suo amante. Di solito lo raggiunge in treno nella città dove abita, che è a un’ora scarsa dalla sua. Si vedono di rado, sempre il pomeriggio. Due o tre ore al massimo. Lui sta con un’altra e lei sta attenta a non mettersi idee in testa. La gente dice che in questi casi c’è un patto non scritto, soprattutto a una certa età. Alla loro, di età, è buona norma fare l’amore, ogni tanto. Non c’è urgenza ma si sa che fa bene, aiuta a sentirsi vivi in mezzo a tutte le grane della vita. Per l’incontro deve organizzarsi in anticipo. Preparare la cena per la sera il giorno prima, lasciare istruzioni alla colf e a sua figlia perché a una certa ora accenda il forno. Dare disposizioni in studio, perché sarà assente tutto il giorno. Il cellulare in modalità vibrazione la avvertirà se ci sono imprevisti. La mattina si lava i capelli sotto la doccia, controlla lo smalto sulle unghie dei piedi e mette la crema per il corpo. Sceglie intimo e vestiti con cura, ma sempre nel suo stile sobrio perché non vuole rendersi ridicola. Con un rettangolo di carta igienica tampona l’eccesso di rossetto. Sorride al primo scatto della serratura. Si guarda.”
Come in autunno sul boulevard

Con questa raccolta, primo punto d’arrivo di un’opera di cui si auspica un celere rafforzamento quantitativo (Monica, scrivi di più), l’autrice conferma un talento speciale per le parole, in parte dono e in parte frutto dell’estenuante allenamento a tradurre e filtrare la parola altrui.
I racconti di Monica Pareschi vanno letti e in particolare vanno regalati alle ragazze. Non so pensare a una scrittrice contemporanea più soavemente spietata e utile, piena di grazia nel raccontare il sublime abominio dei corpi, netta nel raccontarci che è meglio non raccontarsela.

Monica Pareschi, È di vetro quest’aria, Italic Pequod, Ancona 2014, 120 pagine, 15 eurini ottimamente spesi

L’autrice
Monica Pareschi vive a Milano, dove traduce e lavora come editor per diverse case editrici. Ha tradotto, tra gli altri, Doris Lessing, James Ballard, Bernard Malamud, Willa Cather e Shirley Jackson. Editor della collana “Le Grandi Scrittrici” di Neri Pozza, ha pubblicato di recente una traduzione di Jane Eyre.


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Le cavolate di Fernanda. Dove si parla di Hemingway, dei suoi biografi menzogneri e di altre disattenzioni

In concomitanza con l’uscita dell’ebook Il Fiume, la Laguna e l’Isola Lontana – La storia di Ernest e Adriana, “cose da libri” è lieto di ospitare un guest post del suo autore Piero Ambrogio Pozzi, studioso di letteratura americana del Novecento e traduttore, che dà conto delle sue ricerche su alcuni elementi biografici travisati da parte di chi ha scritto biografie di Hemingway, ci regala alcune precisazioni importanti sull’amore italiano di Hem, Adriana Ivancich, e rende giustizia a parecchi errori di traduzione perpetrati da Fernanda Pivano nella versione italiana di Di là dal fiume e tra gli alberi. Pozzi, su Fernanda, ha scritto anche una irresistibile scheda pubblicata nell’Enciclopedia delle donne, qui.

A proposito di Ernest Hemingway. Cavolate    

Piero Ambrogio Pozzi

Ernest Hemingway è tra gli scrittori che hanno avuto il maggior numero di biografi. Alcuni, contro la sua volontà, erano al lavoro mentre ancora era in vita. Aveva ragione di opporsi: ne hanno scritte di cavolate i bravi professori! Con un’analisi paziente, biografia dopo biografia, si troverebbero imprecisioni e balle di gente che tutto ha fatto tranne che interrogare le fonti primarie: Ernest e i libri di Ernest, una vera autobiografia a puntate. Prendiamo come esempio un suo controverso romanzo, Across the River and Into the Trees. C’è una pagina di Wikipedia su quel libro. Lasciamo perdere la versione italiana, per carità di patria, e leggiamo quella inglese com’è alla data del 16 aprile 2014, ovviamente costruita cogliendo fior da fiore nel giardino dei biografi.

“The title is derived from the last words of Confederate General Thomas J. (Stonewall) Jackson.”

Le parole, prese dal libro I Rode With Stonewall di Henry Kyd Douglas, sono queste: “No, no, let us cross over the river and rest under the shade of the trees.” Perfetto, direte. Invece si tratta di uno specchietto per le allodole, lettori, critici e biografi, che Ernest vuole distrarre dall’origine vera del titolo. Il protagonista colonnello Cantwell muore nel punto esatto dov’era nato l’amore di Ernest per Adriana Ivancich, il punto del loro primo incontro, a Latisana, sulla strada per Codroipo. Rispetto a quel punto la casa di Adriana, bombardata dagli Alleati, è across the river, il Tagliamento, and into the trees, gli alberi secolari della villa Mocenigo-Ivancich, a San Michele. Meno di un chilometro in linea d’aria, controllate su Google Maps. Autobiografia neanche sospettata.

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Rovine della barchessa sud della villa Mocenigo-Ivancich, a San Michele al Tagliamento. Foto P.A. Pozzi, luglio 2013

“The first chapter opens on the last day in the life of antagonist, Colonel Richard Cantwell, who is duck hunting in Trieste.”

Trieste è il punto di partenza del colonnello, di stanza in quella città, verso Venezia, dove incontrerà Renata, per poi partecipare alla caccia sulla strada del ritorno a Trieste. Il colonnello, alter ego di Ernest, è il protagonista e non l’antagonista (ma questo lo consideriamo un refuso). Renata è l’alter ego di Adriana Ivancich, che ha ispirato il libro. Ma soprattutto la caccia avviene nella Valle di San Gaetano presso Caorle, nella tenuta degli amici Franchetti, circa a metà strada tra Venezia e Trieste. Geografia ignorata.

 

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Il casone di caccia di San Gaetano, oggi. Foto P.A. Pozzi, luglio 2013

“One biographer and critic sees a parallel between Hemingway’s Across the River and Into the Trees and Thomas Mann’s Death in Venice.”

Nel libro di Ernest non c’è nulla che richiami anche indirettamente il libro di Thomas Mann. Chissà perché invece, a un certo punto, il colonnello suggerisce al suo autista, un meccanico del Wyoming, di leggere i libri di Gabriele d’Annunzio, in particolare il Notturno. Io ho raccolto l’invito del colonnello/Ernest. Sorpresa! Il Notturno, scritto trent’anni prima, è con tutta evidenza il modello del libro di Ernest. «Si può verificare che il Notturno ha una struttura molto vicina a quella di Across the River. Come dice Elena Ledda nella prefazione all’edizione Garzanti del libro di D’Annunzio, “…l’opera sembra fondata su una sorta di sovrapposizione fantastica e allucinatoria di tre piani temporali che vicendevolmente si scambiano: il presente della scrittura e della malattia, il passato recente degli episodi di guerra, il passato remoto dei ricordi d’infanzia […]. E pochi ma essenziali sono gli elementi attorno ai quali si sviluppa questa narrazione frammentata: la morte, la guerra, la cecità, la donna.” Basta sostituire alla cecità la malattia cardiaca, e il canovaccio è identico. Oltre alla struttura, anche l’ambientazione è straordinariamente simile: D’Annunzio infermo lascia fluire i suoi ricordi di guerra, vita e morte steso sul letto della Casetta Rossa, il colonnello Cantwell prossimo a morire lascia scorrere pensieri simili steso su un letto del vicino Hotel Gritti, nel sestiere di San Marco, a Venezia. E spesso parlano degli stessi campi di battaglia, sul Carso, sul Pasubio, nel Basso Piave; o di sorella Morte, che per Cantwell è Thanatos, il fratello del Sonno. Non bastasse, è noto come il giovanissimo d’Annunzio fosse attratto dalle “gemme ereditarie” delle nobildonne romane, e che lui stesso, nella maturità, fu destinatario del dono di smeraldi come talismani dalla sua compagna Eleonora Duse. Anche il Colonnello riceve smeraldi-talismano, gemme ereditarie, da Renata. Un dono troppo singolare per non essere ispirato alla biografia dannunziana.»[1]

 

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La Casetta Rossa di D’Annunzio sul Canal Grande a Venezia, a 150 metri dall’Hotel Gritti. Foto P.A. Pozzi, marzo 2010

Converrete che, dagli esempi riportati, la lettura del romanzo in originale riserva sorprese. Tante che mi sono convinto della necessità di ritradurlo, alla ricerca di frammenti autobiografici ignorati da critici, biografi e traduttori. Ne ho trovati molti, e molti altri ritraducendo anche il libro successivo di Ernest, The Old Man and the Sea. Tutti, commentati e circostanziati, hanno costituito la base per la scrittura di un ebook appena uscito, Il Fiume, la Laguna e l’Isola Lontana, La storia di Ernest e Adriana. Ma restiamo nel merito di Across the River: è interessante il collegamento che ho scoperto tra una frase del colonnello Cantwell e The Tyger, la famosa poesia di William Blake, all’inizio del capitolo XIII.

«They went out the side door of the hotel to the imbarcadero and the wind hit them. The light from the hotel shone on the blackness of the gondola and made the water green. She looks as lovely as a good horse or as a racing shell, the Colonel thought. Why have I never seen a gondola before? What hand or eye framed that darked symmetry?

Uscirono sull’imbarcadero dalla porta laterale dell’albergo, e il vento li investì. La luce proveniente dall’albergo splendeva sul nero della gondola e rivelava il verde dell’acqua. È bella come un buon cavallo o come una barca da corsa, pensò il colonnello. Perché non ho mai osservato prima una gondola? Quale occhio o mano ha foggiato una simile abbrunata armonia?

Ecco la prima strofa della poesia di Blake:

Tyger! Tyger! burning bright

In the forests of the night,

What immortal hand or eye

Could frame thy fearful symmetry?

Tigre! Tigre! che bruci luminosa

Nelle foreste della notte,

Quale occhio o mano immortale

Poté foggiare la tua tremenda armonia?

La nera gondola è dapprima paragonata a un buon cavallo o a una barca da corsa, e si può supporre che il riferimento sia ancora alla bruna Adriana Ivancich, che Ernest chiamava Great Black Horse. Ma subito Ernest passa alla citazione di Blake, evocando una luminosa tigre che brucia nelle foreste della notte. Sono convinto che la sua intenzione cambi alla biondissima Marlene Dietrich, che brucia felina nel buio delle sale cinematografiche e nelle notturne foreste del desiderio maschile, lei che è un sex symbol per definizione: per due capitoli palpiterà sotto la mano rovinata del colonnello Cantwell, in una scena che trasmette al lettore una tensione erotica incompatibile con l’ancora segreta femminilità di una nobile diciottenne educata rigidamente nella religione cattolica, dedita a opere di carità e mai ancora innamorata, per quanto sia bella ed esuberante come Adriana.»[2]

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Marlene Dietrich

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Ernest e Adriana a Percoto nel 1954

Perché proprio Marlene Dietrich, direte. Perché Ernest le aveva scritto una lettera nel settembre del 1949, poco prima che finisse la stesura di Across the River: «“Daughter, cerca per favore di stare in contatto d’ora in avanti perché sto ultimando un libro che dovrebbe essere completo tra circa tre settimane. Penso che ti piacerà moltissimo. Se ne hai piacere ti darò una copia carbone del manoscritto. Tu ci sei dentro e non c’è dentro nessun altro perché è tutto inventato. Ma è inventato bene come so fare io.”»[3] Evidentemente Ernest non è del tutto sincero con Marlene, ma credo che Marlene ci sia dentro davvero, e non può essere che lì, introdotta dall’accenno a Blake.

Le sorprese non si esauriscono nella lettura del romanzo in lingua originale. La lettura della traduzione corrente mondadoriana, di Fernanda Pivano, ne riserva moltissime altre, in negativo: gli errori di traduzione sono molti, spesso clamorosi, grotteschi. Rimando alla lettura degli articoli sulle Reti di Dedalus, citati in calce, per avere un quadro preciso della situazione. Per farvi un’idea vi basti leggere la traduzione corrente del brano riportato sopra: «Uscirono dalla porta secondaria dell’albergo sull’imbarcadero e furono investiti dal vento. La luce dell’albergo brillava sul nero della gondola e rendeva verde l’acqua. La ragazza era bella come un buon cavallo o un proiettile lanciato, pensò il colonnello. Perché non ho mai visto una gondola prima d’ora? Quale mano o quale occhio avevano incorniciato quella simmetria annerita?»[4] La gondola diventa una ragazza, una barca da corsa diventa un proiettile lanciato, il colonnello espertissimo di Venezia non aveva mai visto una gondola prima d’allora, la simmetria di una gondola notoriamente asimmetrica viene incorniciata. Il libro è pieno di cavolate così. Mondadori, messa abbondantemente sull’avviso, ha recentemente “ristampato” l’Oscar del romanzo in una versione emendata dei più evidenti errori materiali, senza dichiararlo. La redazione ha voluto rimediare non con una ritraduzione integrale nel rispetto di Hemingway, ma cercando di salvare il mediocre lavoro di un’icona della traduzione. Come contorno, la copertina dell’Oscar “ristampato” mostra la triste foto in bianco e nero di un pensionato che butta becchime ai piccioni in Piazza San Marco, sullo sfondo dell’Isola di San Giorgio Maggiore; una copertina del cavolo firmata da ben tre professionisti, per presentare un romanzo di Amore, Onore e Morte! Cavolate, appunto.

image012Questo post trova riferimento nella serie di articoli pubblicata sulle Reti di Dedalus:

Il Fiume, la Laguna e l’Isola Lontana

http://www.retididedalus.it/Archivi/2009/ottobre/TRADUCENDO_MONDI/1_hemingway.htm

Perché occorre ritradurre l’Hemingway della maturità

http://www.retididedalus.it/Archivi/2010/gennaio/TRADUCENDO_MONDI/4_revisioni.htm

Quella Renata tanto erotica non era Adriana, bensì Marlene

http://www.retididedalus.it/Archivi/2011/gennaio/TRADUCENDO_MONDI/1_giochi.htm

Il mito Pivano non si tocca

http://www.retididedalus.it/Archivi/2013/marzo/TRADUCENDO_MONDI/1_hemingway.htm

La traduzione come indagine biografica: Emily Holmes Coleman ed Ernest Hemingway (2)

http://www.retididedalus.it/Archivi/2014/gennaio/TRADUCENDO_MONDI/2_esperienze.htm

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[1] Piero Ambrogio Pozzi, Il Fiume, la Laguna e l’Isola Lontana, ebook Dragomanni, aprile 2014, capitolo Vestito di blu.

[2] Ibidem, capitolo Sotto le Procuratie.

[3] Ibidem, capitolo Sotto le Procuratie.

[4] Ernest Hemingway, Romanzi, vol. 2, Di là dal fiume e tra gli alberi, a cura di Fernanda Pivano, pag. 974. Meridiani Mondadori, Milano 2005.

 

L’autore

Piero Ambrogio Pozzi è nato a Milano nel 1944. Studia letteratura americana del Novecento, dedicandosi ora principalmente alla trascrizione e alla traduzione dell’opera poetica di Jeffrey Rudick (vivente) e di Emily Holmes Coleman (Oakland, CA, 1899 – Tivoli, NY, 1974). Di E.H. Coleman ha tradotto il romanzo The Shutter of Snow (Il manto di neve, Robin Edizioni, Roma 2008), la raccolta di scritti La tempesta si avvicina, e tre volumi di versi: Mani quiete, Una via e Da Kansas City, Missouri. Dopo aver ritradotto Across the River and Into the Trees e The Old Man and the Sea di Hemingway, ha scritto Il Fiume, la Laguna e l’Isola Lontana, un saggio sulla storia di Ernest Hemingway e Adriana Ivancich. Ha vinto i Premi Città di Forlì 2005 e 2010 per la traduzione di poesia. Esempi di poesie tradotte e articoli sono reperibili sulla rivista di Manni l’immaginazione e online su Bibliomanie, Biblit, Bookstand.gr, Le Reti di Dedalus e Peopleandideas.gr.

Nel giugno 2011 ha partecipato al 13° Congresso Internazionale Ernest Hemingway, a Cuba, presentando una memoria sulla storia dello scrittore americano e di Adriana Ivancich. Nel maggio 2012 ha presentato una memoria dal titolo Ritradurre Hemingway, conoscere Ernest e Adriana al convegno Literary Translation in Practice presso l’Università del Salento di Lecce. Ha scritto per l’Enciclopedia delle Donne http://www.enciclopediadelledonne.it/ le voci su Emily Holmes Coleman, Adriana Ivancich Biaggini, Peggy Guggenheim, Fernanda Pivano.

Il Fiume, la Laguna e l’Isola Lontana – La storia di Ernest e Adriana, Dragomanni, 3,99 euro, in vendita su Amazon e le altre librerie online


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Izis a Milano

Nadar, ritrattista sinora ineguagliato, mi ha insegnato perché il ritratto in cui il soggetto è in posa è più “vero” dell’istantanea: in un tempo di posa di due o tre secondi, il modello lascia sempre trasparire una parte della sua vita interiore, ed è questa vita che l’obiettivo deve registrare.

Dattiloscritto di Izis sulla fotografia, archivi Izis

izis

Izis

“Nel 1950 Izis conosce Colette e scopre il suo libro En pays connu, nel quale la scrittrice ricorda i luoghi a lei cari. Il fotografo decide allora di partire sulle sue tracce e di portarle le immagini dei paesaggi ai quali non ha più accesso da quando l’artrosi la tiene relegata nel suo appartamento del Palais-Royal. Il bosco di Rambouillet, il deserto di Retz, il parco zoologico di Clères gli si presentano prepotenti come nuove fonti di ispirazione. Rapito dalla bellezza fantastica delle architetture devastate del deserto di Retz, si dà a meditazioni malinconiche sulle rovine, modello allegorico del passare del tempo e dei disastri recenti della guerra e della sua storia familiare. Tra inni alla natura e riflessioni nostalgiche, le sue immagini degne di un fotografo animalista colgono qui coppie di cervidi che giocano ai freschi sposi davanti al suo obiettivo, là sguardi afflitti di belve in gabbia. Dal dialogo tra le parole di Colette e le immagini di Izis nasce, nel 1953, il libro Paradis terrestre, pubblicato dalla Guilde du livre.”

colette mentre scrive, a casa sua, 1951

Colette mentre scrive, nel suo appartamento, 1951. © Izis Bidermanas

È in corso allo spazio Oberdan di Milano, fino al 6 aprile 2014, la mostra “Izis Bidermanas – Il poeta della fotografia”.

Izraëlis Bidermanas, ebreo lituano nato a Marijampolė nel 1911, si rifugiò in Francia, ad Ambazac, per sfuggire alla persecuzione. “Agosto 1944, liberazione di Limoges. Izraëlis Bidermanas lascia Ambazac, dove si è rifugiato durante l’occupazione, e raggiunge le FFI [Forces françaises de l’intérieur: armata clandestina costituita durante la seconda guerra mondiale, nel 1943, per combattere contro l’occupazione della Francia, n.d.t.] a Limoges. Relegato al centralino della caserma Beaupuy, assiste all’arrivo dei resistenti dopo mesi di clandestinità e, molto colpito, decide di farne il ritratto. Con i mezzi che aveva a disposizione – una macchina 9 x 12, della carta bianca incollata alla parete, una finestra come unica fonte di luce –, fotografa una settantina di partigiani così come gli sono apparsi, sguardi determinati o febbrili, mal rasati nelle loro ‘uniformi’ di fortuna. Rifiutando qualunque posa artistica, qualunque illuminazione sofisticata, qualunque ritocco, e privilegiando l’autenticità di una inquadratura ‘grezza’, il fotografo si libera delle convenzioni imparate durante gli anni di apprendistato e di artigianato in cui la prima regola era di piacere ai clienti. Esposte a partire da quell’anno a Limoges, queste testimonianze storiche sono oggi considerate opere d’arte. Questa serie ‘fondativa’ segna la nascita dell’Izis artista.” (dal testo in catalogo)

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Partigiani, anni quaranta. © Izis Bidermanas

Fotografo poeticamente eclettico, Izis scatta immagini urbane sognanti e affettuose ed è amico di artisti e scrittori.

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Dora Maar, 1940. © Izis Bidermanas

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Parigi, Quai de Seine, circa 1950. © Izis Bidermanas

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Jacques Prévert, Parigi, 1949. © Izis Bidermanas

Il catalogo che accompagna la mostra ne ripercorre l’opera in duecento pagine. La traduzione dal francese di una parte dei testi, compresa la bellissima intervista al figlio Manuel, è della vostra Anna Albano.

Di andare a vedere la mostra vale davvero la pena, ça va sans dire.

Mostra

12 febbraio – 6 aprile 2014

Spazio Oberdan,

Viale Vittorio Veneto 2, Milano

martedì e giovedì 10-22;

mercoledì, venerdì, sabato, domenica 10-19.30;

lunedì chiuso

Catalogo

Manuel Bidermanas, Armelle Canitrot (a cura di), Izis – Il poeta della fotografia, Alinari/Flammarion, Firenze 2013

catalogo


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eugenio montale, l’occasione

Northbridge3000l’occasione di rileggere montale si è presentata qualche giorno fa, quando per una necessità editoriale (pubblicare la traduzione d’autore di una poesia montaliana citata in un testo italiano che doveva essere pubblicato anche in inglese) mi sono trovata tra le mani la versione in inglese di Satura, una raccolta pubblicata nel 1971.

0393319776e vagando qua e là ho ritrovato questa:

Provo rimorso per avere schiacciato

la zanzara sul muro, la formica

sul pavimento.

Provo rimorso ma eccomi in abito scuro

per il congresso, per il ricevimento.

Provo dolore per tutto, anche per l’ilota

che mi propina consigli di partecipazione,

dolore per il pezzente a cui non do l’elemosina,

dolore per il demente che presiede il consiglio

d’amministrazione.

che in inglese è resa così:

I feel remorse for squashing the mosquito

on the wall, the ant

on the sidewalk.

I feel remorse, but here I am formally garbed

for the conference, the reception.

I feel sorry for all, even for the slave

who proffers me advice on the stock market,

sorrow for the beggar who gets no alm from me,

sorrow for the madman who presides

at the Administrative Council.

perciò sono tornata a questa poesia leggendola in traduzione: occasione bizzarra e inaspettata, bella.

mi chiedo, e chiedo agli amici traduttori, come mai william arrowsmith abbia scelto di usare “sidewalk”, che in genere si usa per “marciapiede”, per rendere “pavimento”. e osservo che ilota = slave comporta una evidente perdita di forza nella maggiore genericità del termine inglese.

Satura 1962–1970, by Eugenio Montale, translated with Notes, by William Arrowsmith, edited by Rosanna Warren, New York / London: W. W. Norton & Company, 1998)

 

 

 


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Otto cose che farò in agosto (con una nota sui giovani professionisti dell’editoria)

picture-a_bird_sitting_on_the_beach_on_a_cloudy_day__isle_of_arran__scotland-P1040360-400_small1. Editing e conclusione di un libro su un’artista italiana che è diventata sufi, ha composto una famiglia multiculturale, pone volentieri la sua famiglia al centro della sua arte: nella quale compaiono cose da mangiare, liquidi bianchi che simboleggiano il latte che simboleggia la maternità, lunghe tonache e volti rapiti dal misticismo: insomma, roba da femmine.

2. Editing e conclusione di un libro su un’artista italiana che non è diventata sufi ma è andata a studiare, tra l’altro, l’arte della ceramica, negli Stati Uniti. Realizza sculture enormi di acciaio e legno, alte anche quattro metri; durante la riunione in cui le abbiamo mostrato l’impaginato del suo libro ha sfoggiato bellissime unghie corte un po’ sporche di terra; ha mostrato poco interesse per il commento dei tecnici che sostenevano la necessità di sostituire alcune immagini sfocate, poiché, ha detto, “le foto non devono essere più belle delle mie opere”: insomma, roba non da femmine.

3. Editing e conclusione di un libro su un’attrice milanese, assai affezionata ai foulard – il suo brand personale, avvolti sul capo: però non è mai diventata sufi –, in cento rari ritratti.

4. Editing e conclusione di un libro su un famoso scultore nato greco, nominato povero da un famoso critico italiano e diventato internazionale.

5. Lettura di un manoscritto assai prezioso, proveniente dalla Sardegna.

6. Conclusione della scheda di valutazione del manoscritto di un misterioso autore svizzero, che narra di crimini legati al mondo della finanza: una bomba di molte pagine, della quale non posso svelare altro.

7. Conclusione della stesura di un progetto editoriale del quale non posso svelare altro.

8. Prenotazione di trenta sedute di pedana vibrante al Centro Estetico Lampone di Milano al costo straordinario di cinquanta euro, perché con tutto questo stare alla scrivania un bell’impulso al metabolismo poi ci vuole.

Il lettore che si stesse chiedendo se la signora “cose da libri” non abbia per caso poteri soprannaturali merita una spiegazione. Alcuni dei progetti sopradescritti erano stati avviati da qualche tempo e quindi non saranno cominciati e finiti in agosto; alcuni sì.

[qui comincia la nota per i giovani professionisti]

Conviene, a chi lavora in editoria, non fare vacanze nel mese italicamente deputato alle stesse: è il mese in cui si possono mettere da parte le provviste per l’inverno, confermare rapporti esistenti e in alcuni casi avviarne di nuovi.

Conviene, a chi lavora in editoria e si occupa anche di libri d’arte, conoscere molto bene l’inglese, tanto da poter leggere e verificare testi scritti in quella bella lingua: i libri d’arte, quasi tutti i cataloghi di mostra, sono ormai bilingui.

Conviene, a chi fa libri, interessarsi di molte cose: perché è sempre bello e utile comunicare con autori provenienti da aree culturali disparate, da diverse discipline, e possedere una minima base su cui costruire altra sapienza.

Cari redattori, editor e traduttori in formazione, leggete tutto: non diffidate né di “Topolino” né dei libri Harmony, né di “Chi” né di “Donna moderna”. Tutto, ma proprio tutto, torna utile. Anche la brochure del Centro Estetico Lampone di Milano, poiché è bene specializzarsi ma anche saper fare altro.

Bisogna diffidare di coloro i quali sognano la distruzione delle librerie Feltrinelli e la messa alla gogna editoriale di Raffaello Avanzini della Newton Compton, Mr. ZeroPuntoNovantanove: leggete tutto e poi fate la cernita, leggete buone traduzioni e traduzioni schifose, fate confronti, adorate e abbandonate. Niente favorisce la libertà come la lettura libera. Bisogna diffidare anche degli scrittori e degli intellettuali che pretendono di instradare le altrui letture, dividendole in buone e cattive: leggete le loro indicazioni, poi fate come vi pare.

Chi lavora in editoria, comunque, al di là delle giuste rivendicazioni sindacali su precariato e malcostume, ha almeno due precise responsabilità: studiare in permanenza e non smettere di cercare di comprendere il mondo che gli si agita attorno. Conoscere le regole fondamentali, se necessario sovvertirle consapevolmente. Costruire le cose per bene, non cedere alla sciatteria. Un bravo professionista e le sue competenze, alla fine, difficilmente restano senza lavoro.

Per tornare all’agosto della signora “cose da libri”. L’impegnativo mese trascolorerà nel settembre. Le scuole riapriranno, le redazioni torneranno a formicolare, si riporranno le infradito. Ed è proprio in quei giorni che, dato uno stop temporaneo ai lavori, mi imbarcherò su un treno alla volta di una destinazione adriatica, con una valigia leggera, un taccuino e una matita, in beata solitudo. Naturalmente l’hotel garantisce wi-fi e ogni sorta di connessione, che tuttavia rimarranno lì a pulsare da sole, gonfie della vita elettronica altrui. Io starò sul mio lettino da spiaggia, anche nei giorni grigi, a far nulla.


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Faccine, o della nostra sinistra vita emotiva

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Riporto qui sotto alcune condivisibili considerazioni della traduttrice Isabella Blum che, nell’ambito di un discorso più ampio sulla punteggiatura, così scrive a proposito della comunicazione sui social network.

Nella nostra discussione sui segni di punteggiatura più problematici, sono rimasti per ora esclusi tre segni: più “semplici”, ma sui quali vale comunque la pena di spendere qualche parola. I puntini di sospensione; il punto interrogativo; il punto esclamativo.

Si tratta di segni di punteggiatura che possono caricarsi di una valenza emotiva e che vengono utilizzati con una funzione quasi-emoticon. In questi casi, molto spesso sono utilizzati in modo incontinente (treni di puntini di sospensione, o di punti esclamativi/interrogativi, o addirittura di entrambi – ogni frase si conclude con questi segni, mai un punto fermo che non ammicchi).

Questa tendenza – soprattutto quando l’unico modo in cui una persona comunica è con la scrittura di sms, post su FB e simili – ha un versante sinistro: ogni volta che lo scrivente deve esprimere un sentimento, non lo fa a parole, ma cliccando sull’emoticon adatta a descriverlo (per inciso, a volte, nella corrispondenza e-mail privata, lo farei volentieri anch’io, ma non mi riesce di trovare l’emoticon “giusta”, e ci rinuncio…).

Chi scrive non dice “Sono furioso, così furioso che ammazzerei qualcuno … quel vecchio stupido imbroglione. / Mi sento mortificato, umiliato, sono proprio a terra. / Scoppio di gioia – una gioia profonda che mi viene da ogni fibra del corpo. Canterei – se non fossi stonato. /Sono perplesso, sconcertato: non so proprio cosa pensare, il comportamento di X mi ha preso alla sprovvista./ Eccetera”. Semplicemente, costui clicca su una faccina… Non è che alla fine gli mancheranno le parole per esprimere i suoi stati emotivi?

Abbiamo visto che la scrittura è una capacità che va insegnata, studiata, ponderata, esercitata; se ci abituiamo a queste scorciatoie fin da bambini, non è che poi ci ritroviamo un po’ analfabeti?

Guardate che non è un problema banalmente linguistico. Per scrivere quello che provo, ho bisogno di analizzare i miei stati d’animo e di trovare, nella tavolozza delle parole, la coloritura giusta, la sfumatura che mi descrive. Questo implica un’autoanalisi. E se sto descrivendo qualcun altro, implica empatia. Intelligenza inter- e intra-personale. Il colpo d’occhio necessario a scegliere l’emoticon bypassa tutto questo lavoro intelligente. Contribuisce a renderci emotivamente analfabeti.

Isabella Blum è una traduttrice professionista e docente: qui il suo ponderoso curriculum.

“Cose da libri” è molto felice di ospitare il brano qui sopra, poiché Isabella, abituata da lunga pezza a navigare da una lingua all’altra, da una trasposizione all’altra, ha il raro dono di un’estrema chiarezza di scrittura, una caratteristica che questo blog, i lettori lo sanno, apprezza in sommo grado.

Isabella Blum ha molto da insegnare e lo insegna benissimo: insegna a tradurre e insegna a scrivere, con molta grazia e grande rigore. Non la trovate nel mainstream di corsi e scuole di scrittura creativa con i soliti noti, anche se sarebbe bene che di alcuni ci liberasse con la forza della sua competenza: lei organizza dense lezioni sul web, efficientissimamente organizzate, di quelle lezioni che quando hai finito “vorresti che l’autore fosse tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira”, lezioni di cui rivelare l’esistenza ad aspiranti autori, ad autori in cerca di un po’ di fresco, ad aspiranti traduttori e a traduttori navigati che vogliono continuare il loro viaggio.

Isabella, la parola, la squadra da ogni lato.

http://www.isabellablum.it