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Esce il libro di Monica Pareschi: “È di vetro quest’aria”

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Click click click per vedere il volto della traduttrice Monica Pareschi

Conosco Monica Pareschi da quando era piccola. Nel senso che la prima sua cosa che ho letto è stato un lieve racconto funebre dal titolo impegnativo, I morti (qui, però, niente neve e nostalgia di amori giovanili), pubblicato sulla “Rivista intelligente” di Giovanna Nuvoletti e scritto dal punto di vista di una bambina.
Lieve, per l’appunto, poiché “quei morti lì erano morti da così tanto tempo che nessuno li piangeva più, e oltretutto erano morti allegri”, eppure con tutto il peso di un linguaggio preciso e affilato come lo scatto di quella chiusura che ti pare di vederla, la borsetta delle sorelle del nonno: “Precedute dal clic assertivo delle borsette – l’occasione meritava il coccodrillo – e avvolte da una fragranza momentanea di menta e fazzoletti puliti, un paio di sorelle di mio nonno, in pelliccia di persiano e in un angolo, recitavano dapprima sommessamente e poi in un crescendo entusiasta il rosario […]”.
Per non parlare del finale che, nella sua asciutta tautologia, della sabaudità di Pareschi dice tutto: “…e fine della storia”.
L’ho incontrata nuovamente, adulta, nella protagonista di Soglia d’amore, racconto asperrimo e ossimorico di disfacimento, rinascita e stupore, in cui una cinquantenne “piacente, come si dice”, si confronta con il corpo ancora ribollente di umori di una suocera alla soglia della morte e indugia dubbiosa sulla definizione dell’amore.
In questo testo di Pareschi ho trovato una delle più veritiere scene di sesso coniugale che abbia mai letto, una descrizione straordinariamente matura dell’orribile bellezza della consuetudine:

“Hanno armeggiato nel buio della stanza, mescolato i loro fiati odorosi di dentifricio – quello di Giulio un po’ ulceroso – la stoffa dei pigiami – flanella Marisa, cotone Giulio — odori e umori risaputi che il letto cova e rilascia ad ogni smuoversi di coperte.
Hanno strofinato e leccato, strizzato e allargato, pizzicato e impugnato, con metodico amore. Si sono concentrati, spremendosi le meningi e continuando a incastrarsi, ciascuno pescando scampoli di pornografia privata dalla propria testa, girandole di culi lisci dilatati Giulio, generici orifizi luccicanti Marisa. Poi Giulio è venuto con una serie crescente e ritmata di emissioni d’aria, grandi boccate sonore un po’ doloranti, come di sforzo. Marisa, a cavallo di Giulio, ha finito come una furia, come se strappasse qualcosa, facendo cozzare le pelvi contro quelle di lui, facendogli male. Poi è smontata e ha aspettato ferma il rigurgito rancido tra le cosce, il rivolo estraneo, tiepido e poi subito gelato che le avrebbe incrostato la pelle come una filigrana.”

L’anno scorso, in occasione della morte di Doris Lessing, Pareschi ne ha scritto un ricordo talmente onesto che trasudava affetto in ogni lettera. Ha descritto una donna socialmente poco piacevole, dal comportamento al limite (ancora la soglia: tra ciò che si può tollerare e ciò che diventa tollerabile solo se si ricorda costantemente la grandezza di chi pratica un comportamento scomodo), che abitava in una “assurda casa di Hampstead, con l’odore di urina di gatto così forte da dare la nausea, il disordine pazzesco, il figlio psicotico che vive con lei, i divani sfondati”; propugnando nel finale dell’articolo una preziosissima indicazione di libertà:

“Era piccola, più piccola di me che già lo sono, con una grande testa regale, e bellissime, profondissime rughe. Sapeva chiaramente quanto valeva, e non faceva niente per nasconderlo [il corsivo è mio]. Non era simpatica, e non fingeva di esserlo. Non ricordo di averla mai vista sorridere. Era già nella Storia, dura come una pietra, e non credo che avesse paura.”

Ho scritto questa lunga introduzione perché la ritenevo necessaria per delineare il percorso coerente di Monica Pareschi, fino alla raccolta che uscirà domani per Italic Pequod, È di vetro quest’aria: sette racconti, compresa una riedizione di Soglia d’amore (gli altri titoli sono Il dono, Corpo a corpo, Il progetto, Solo un momento, Una guerra da bambini, Come in autunno sul boulevard).

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Click click click per vedere la copertina del libro di Monica Pareschi

Vi troviamo bambini acidi, sperduti, turbati dai bisbigli misteriosi e dalle porte chiuse, cifra del mistero rappresentato dalla vita segreta dei genitori:

“A tavola stasera c’è sempre un silenzio nemico, odore d’arrosto e di ricatto, rughe in mezzo agli occhi, colpi di tosse, posate che urtano i piatti, fragore attutito di battaglia. Dopo un po’, mentre sono già a letto, dalla camera dei miei genitori arrivano voci soffocate, il ritmo urgente della richiesta e infine, sibilante e rabbiosa, una lunga sequenza di no no no. Il giorno dopo mi portano dai nonni, due giorni dopo nel pomeriggio mio padre viene a prendermi e torniamo a casa. Mia madre è chiusa in camera, io vado a chiudermi nella mia. Più tardi incontro mio padre in corridoio, preceduto dal suo odore di sigaretta e giornali, e cerco di sfuggirgli. Ma lui si china su di me, mi trattiene per le spalle, e senza guardarmi mi dice in fretta: ‘La mamma è molto triste in questi giorni, devi starle vicino’. Io mi divincolo e proseguo per il corridoio e penso non si dicono cose del genere, non a un bambino”.
Una guerra da bambini

E donne alle prese con adulteri senza speranza, praticati con metodo:

“È il pomeriggio di un giorno feriale e sta andando a trovare il suo amante. Di solito lo raggiunge in treno nella città dove abita, che è a un’ora scarsa dalla sua. Si vedono di rado, sempre il pomeriggio. Due o tre ore al massimo. Lui sta con un’altra e lei sta attenta a non mettersi idee in testa. La gente dice che in questi casi c’è un patto non scritto, soprattutto a una certa età. Alla loro, di età, è buona norma fare l’amore, ogni tanto. Non c’è urgenza ma si sa che fa bene, aiuta a sentirsi vivi in mezzo a tutte le grane della vita. Per l’incontro deve organizzarsi in anticipo. Preparare la cena per la sera il giorno prima, lasciare istruzioni alla colf e a sua figlia perché a una certa ora accenda il forno. Dare disposizioni in studio, perché sarà assente tutto il giorno. Il cellulare in modalità vibrazione la avvertirà se ci sono imprevisti. La mattina si lava i capelli sotto la doccia, controlla lo smalto sulle unghie dei piedi e mette la crema per il corpo. Sceglie intimo e vestiti con cura, ma sempre nel suo stile sobrio perché non vuole rendersi ridicola. Con un rettangolo di carta igienica tampona l’eccesso di rossetto. Sorride al primo scatto della serratura. Si guarda.”
Come in autunno sul boulevard

Con questa raccolta, primo punto d’arrivo di un’opera di cui si auspica un celere rafforzamento quantitativo (Monica, scrivi di più), l’autrice conferma un talento speciale per le parole, in parte dono e in parte frutto dell’estenuante allenamento a tradurre e filtrare la parola altrui.
I racconti di Monica Pareschi vanno letti e in particolare vanno regalati alle ragazze. Non so pensare a una scrittrice contemporanea più soavemente spietata e utile, piena di grazia nel raccontare il sublime abominio dei corpi, netta nel raccontarci che è meglio non raccontarsela.

Monica Pareschi, È di vetro quest’aria, Italic Pequod, Ancona 2014, 120 pagine, 15 eurini ottimamente spesi

L’autrice
Monica Pareschi vive a Milano, dove traduce e lavora come editor per diverse case editrici. Ha tradotto, tra gli altri, Doris Lessing, James Ballard, Bernard Malamud, Willa Cather e Shirley Jackson. Editor della collana “Le Grandi Scrittrici” di Neri Pozza, ha pubblicato di recente una traduzione di Jane Eyre.

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