cose da libri

dove si esplorano parole e si va a caccia di idee


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fly me to the moon_obsolescenza dei tacchi secondo suzy menkes

adidas-stan-smith-j-s74778-s74778-9da tempo mrs. cosedalibri sostiene la necessità e la bellezza, per le ragazze, delle sneakers al posto degli invalidanti tacchi di qualsiasi altezza. adesso questa opinione è confortata dalle osservazioni della sovrana assoluta della moda, quella suzy menkes international editor di “vogue”. suzy le esprime in theorem[a] – the body, emotion + politics in fashion, di filep motwary, di recente uscita presso skira editore in collaborazione con polimoda. l’editor del volume, per ora solo in inglese, è la vostra anna albano, aka mrs. cosedalibri.

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Filep Motwary: Come si collega la società ai vestiti che si sceglie di indossare? Cerchiamo un significato più profondo nell’abbigliamento?

Suzie Menkes: Non credo che la maggior parte delle persone cerchi un significato profondo. La maggior parte delle donne – e anche degli uomini – vuole abiti che si muovano con il corpo. Abbiamo superato l’epoca in cui le donne camminavano in punta di piedi su tacchi altissimi, o in cui gli uomini si infilavano in enormi gilet per apparire intelligenti. Le persone sono andate oltre.

L’abbigliamento semisportivo per le donne ha cambiato tutto. Ora è perfettamente normale andare in ufficio con pantaloni stretch e scarpe da ginnastica. Nelle metropolitane di qualsiasi città dell’Estremo Oriente, o in America, India, Europa, ovunque la gente indossa scarpe da ginnastica perché sono comode. Le scarpe sportive ti permettono di usare l’energia come ti aggrada, non ti rallentano e sono diventate anche simboli di prestigio. Anche stilisti di haute couture come Karl Lagerfeld di Chanel fanno sfilare le sneakers, che in passato si sarebbero indossate solo sui campi da tennis.

Adesso le scarpe sportive sono decorate e rimandano segnali di ogni tipo. Sono diventate cool e la gente ama indossarle. Direi che è successo negli ultimi sette anni, forse anche meno. In questo caso, tuttavia, non parliamo di un significato più profondo, ma di persone convinte che portare il tipo di scarpe che indossano i rapper o le star dello sport dia loro un’identità.

Quando parliamo di significato più profondo nei vestiti – un esempio potrebbero essere le persone che in passato indossavano abiti neri per segnare una morte nella loro famiglia (dopo la morte del marito la regina Vittoria vestì di nero per il resto della vita) –, non riesco a pensare davvero a nulla di simile nell’oggi, a qualcosa che manda un messaggio a tutti gli altri. Ci sono però senz’altro tipi di abbigliamento che esprimono certe caratteristiche. Prada ne è un esempio: i veri seguaci di Prada puntano a dire: “Come Miuccia Prada, apprezzo il lato artistico del mondo.” Ma pochi cercano questa profondità in quello che indossano. La maggioranza cerca soprattutto il comfort.

filep motwary, theorem[a] – the body, emotion + politics in fashion, skira/polimoda, milano 2018, editing a cura di anna albano

 

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suzy menkes con pharrell williams. courtesy


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la vera finta società del marketing totale

in tempi di social network è diventato difficilissimo per le aziende tenere segreti i propri meccanismi di marketing. in un’epoca che porta in trionfo la parola “condivisione” su un baldacchino tutto stucchi e ori, “segreto” e “riservato” sono termini scandalosi, sacrificati in ogni momento sull’altare dell'”autenticità”, dell'”onestà”, dell'”integrità” dell’azienda nei confronti del cliente re.

gli strateghi dei social media, impegnati a compiacere i clienti tiranni, creano loro attorno un edificio dove tutto deve sapere di domesticità, di valori etici, di sincerità a ogni costo, di trasparenza. un cambiamento spiegato molto bene ai suoi albori negli stati uniti da gary vaynerchuck nel suo the thank you economy.

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ogni lamentela su twitter è sacra, ogni appunto su facebook da considerare con la massima serietà, ogni scoppio emotivo illustrato su instagram degno di attenzione. tutto questo nella società dei diritti ha senz’altro migliorato la condizione del cliente, che da possibile turlupinato è passato a soggetto attivo, in grado con una catena di post di affossare le sorti di un marchio sia pure prestigioso. prendiamo il recente scandalo planetario che ha visto protagonisti dolce & gabbana: una serie di spot malaccorti per promuovere la prima sfilata del marchio a shanghai, con ingenui riferimenti a una comunione tra culture rappresentata dal cibarsi di specialità italiane usando bacchette cinesi, sulla base di oleografici stereotipi afferenti a entrambe. fin qui tutto mediocremente bene. lo scandalo degli ingenui scandali risiede in uno tra gli spot, quello in cui una ragazza cinese in abito lustrinato d&g affronta un enorme, falliforme cannolo siciliano e una paternalistica voce fuori campo le chiede se sia troppo grosso per lei.

spot-kWaH-U3060951637582a3-1224x916@Corriere-Web-Sezioni-593x443-kYhB-U30601003460328imF-1224x916@Corriere-Web-Sezioni-593x443.jpgmi appello all’onnipotente chiedendogli che diavolo gli è preso di ispirare il copywriter con questa vastissima cazzata e come hanno fatto d&g ad approvare la stessa. il collegamento con il discorso che stavamo facendo è: come sarebbe andata in epoca pre-social? forse la cosa sarebbe passata sotto silenzio, oppure un solerte ufficio stampa avrebbe cercato di rimediare con qualche comunicato surreale, sostenuto da motivazioni altrettanto surreali.

invece d&g – soprattutto g, nella realtà, e nella fattispecie su instagram, portatore di robusti insulti poco rispettosi delle necessità del marketing – hanno dovuto piegarsi alla tirannia social e hanno dovuto diffondere un video in cui, prostrati, pallidi e malvestiti, hanno confezionato un frusto invito alla bellezza della diversità e spinto il lato grottesco dell’intera operazione fino alle scuse proclamate all’unisono in cinese.

il sentimento preponderante è la pena. non vogliamo negare gli aspetti positivi di questo tipo di marketing che mette al centro il cliente, ma proviamo un filo di nostalgia per quell’atmosfera più segreta, più fetente, meno etica delle strategia pre-social: paperon de’ paperoni, dove sei?

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autopromozione: “after the tribes”, una mostra dell’artista israeliana beverly barkat

“nello studio della dodici tribù di israele”, dice beverly in un’intervista a rai tre che uscirà a breve, “ho trovato il primo punto di connessione tra me stessa e la terra in cui ho scelto di vivere, israele, a cui sono giunta dal sudafrica.”

Screen Shot 2018-10-19 at 09.42.18nelle parole di giorgia calò, tra gli autori dei saggi, “L’opera è composta da una struttura metallica scandita in dodici riquadri, dove altrettanti dipinti su PVC semitrasparente del diametro di un metro sembrano fluttuare all’interno di ognuno di essi. Le dodici pitture circolari sono animate da una specifica trama cromatica che si rifà agli antichi testi, secondo cui ogni tribù era contraddistinta da una bandiera, o drappo di seta, con il simbolo rappresentante e presiedeva un territorio. Gli stendardi avevano il colore delle pietre preziose poste sul chòshen, il pettorale indossato dai cohanìm (sacerdoti). Sulle dodici gemme, collocate su quattro file, erano incisi i nomi dei figli di Giacobbe. Quando la luce le colpiva, queste emettevano il loro bagliore e i nomi d’Israele apparivano in rilievo rifulgendo a loro volta. I colori vivi e le pietre preziose, incastonate nel chòshen, esercitavano, secondo una tradizione cabalistica, la capacità di attrarre la dimensione spirituale presente e imprigionata nella materia.”

il catalogo della mostra è di marsilio; le traduzioni dall’inglese all’italiano sono della vostra anna albano, in compagnia dei colleghi robert burns e leslie ray per italiano —>inglese.

 

After the Tribes

11 ottobre

31 dicembre 2018

Museo Boncompagni Ludovisi,

Roma


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pun me please_james geary sui giochi di parole e sulla necessità di avere un amico

 

Screen Shot 2018-10-18 at 13.44.53.pngè in uscita a novembre di quest’anno, purtroppo solo in inglese, wit’s end – what wit is, how it works, and why we need it. scritto da james geary, vicecuratore della nieman foundation for journalism a harvard, il volume indaga il wit in tutte le sue manifestazioni, dal sermone religioso al testo rap. in un’intervista rilasciata a ephrat livni di “quarz” pubblicata nell’agosto di quest’anno, geary si sofferma in particolare sui giochi di parole come attività che acquista il suo senso pieno quando, non più esercizio individuale, trova un interlocutore/complice per concretizzarsi nel suo stato di intelligenza condivisa, in cui la sintesi supera la somma delle parti. procuratevi un amico, cari lettori.

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Per Geary, i giochi di parole rappresentano la saggezza. Concede che alcuni sono solo divertenti, non profondi, e anche che esagerare con i giochi di parole può risultare fastidioso per gli altri. Ma crede che la capacità di giocare e di mettere in relazione idee diverse, come dimostra il gioco di parole, sia alla base di tutta la creatività umana, nelle arti e nelle scienze e oltre. “Quando fai un gioco di parole, metti insieme due idee distinte – una coincidenza di suono, di valenza o di significato –, e ottieni un risultato terzo”, dice Geary. “I giochi di parole sono un modo di apportare conoscenza.”

Anche se possiamo fare dello spirito da soli, come lo stesso Geary fa a volte, un gioco di parole di successo viene meglio con un complice. L’espressione arguta ha poca importanza se non abbiamo davanti un ascoltatore intelligente che colleghi le cose con noi. Chi parla e chi ascolta sono alleati ed entrambi devono essere capaci di usare la creatività perché il gioco di parole funzioni. Il parlante e il destinatario imboccano una strada unica per collegare nozioni distinte.

“Il gioco di parole è fondato sullo scambio e crea intimità”, insiste Geary. “Siete entrambi coinvolti, condividete un segreto. Lo capite entrambi, e quel gioco è l’aspetto creativo archetipico della mente e dell’essere in relazione”.

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e poi bisogna dire che james geary è piuttosto avvenente


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Burroughs, Sitwell e Chanel

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“A Sitwell non piaceva leggere William S. Burroughs, e quando fu pubblicato Il pasto nudo, nel 1959, scrisse diverse lettere al ‘Times Literary Supplement’, in cui diceva ‘Non voglio passare il resto della vita col naso incollato ai gabinetti degli altri. preferisco Chanel N° 5’.”

Terry Newman, Legendary Authors and the Clothes They Wore, Harper Design, New York 2017

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horst p. horst, edith sitwell, new york, 1948. courtesy

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willliam burroughs. courtesy

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gabrielle chanel. courtesy


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giovanni non è lui_creare in altri luoghi

milanofree.it_giovanni-testorichi fosse interessato a giovanni testori e desiderasse leggere una ricca biografia dell’autore di novate milanese può trovare quella curata da fulvio panzeri sul sito della fondazione mondadori, e precisamente qui.

l’attenzione di mrs. cosedalibri si è appuntata sull’anno 1958, quello dei racconti del ponte della ghisolfa. a proposito di questi, testori rilascia un’interessante dichiarazione su un argomento che “cose da libri” ha affrontato qui e qui – vedi anche alla voce cancelleria: è la questione del displacement, dello scrivere o rivedere in un posto che è tutt’altro dal luogo di lavoro abituale.

“Ho sempre scritto a mano. Detesto quel rapporto asettico con la macchina da scrivere, che uso solo per l’ultima stesura. Lavoro bene nelle zone di non appartenenza. I racconti del Ponte della Ghisolfa li ho scritti al parco, nei bar, alla biblioteca d’arte del Castello. Ho sempre lavorato così e non ho mai capito perché: al bar, in treno… Nei luoghi dove non sono ‘io’”.

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una delle ultime palomino, la 54, dedicata ai surrealisti. ampiamente provata da mrs. cosedalibri, che la raccomanda in virtù della sua moderata pastosità e di una scorrevolezza che non paga pegno a sbavature: ideale per la revisione di testi

a proposito del rivedere, riprendo da un antico post di questo blog (sì, mi sto autocitando, ma la cosa è funzionale al discorso):

“questo è il felice momento in cui, dopo la prima lettura su carta e gli interventi sul file (che hanno sommato quelli su carta e quelli che venivano sul momento, mentre lavoravo), terminato il primo livello di lavoro, faccio stampare il risultato in copisteria, rilegato a spirale. mi procuro diverse penne colorate. e poi mi sposto dalla scrivania di casa a una poltrona della feltrinelli (scusate, librai indipendenti, ma normalmente voi non avete una sedia, oppure non è possibile rimanere da voi ore e ore senza che qualcuno si avvicini e mi chieda se può aiutarmi). questo tipo di displacement, quando si fa editing o si traduce, è molto utile per recuperare freschezza, ancora di più se tra la fine della prima fase del lavoro e l’inizio della seconda si lascia trascorrere qualche giorno.

è il momento in cui capisco se ciò che ho tolto rende il testo eccessivamente obliquo, se ho ceduto alle mie manie di laconicità, se ho detto talmente poco da non mostrare nulla. se le parti sono equilibrate, se i personaggi sono rimasti tondi, se sono troppo secchi, se bisogna chiedere all’autore di riscrivere, rimpolpare, sfrondare, precisare.

è anche il momento della verità, in cui l’autore rilegge in parallelo a te e presto ti dirà se si riconosce nella voce in parte nuova con cui parla il suo testo. il tempo in cui misuri, oltre alle capacità ‘tecniche’, anche quelle di relazione e di comunicazione.”

e insomma, quando scriviamo, o rivediamo alla luce di qualche sedimentazione, siamo tutti un po’ giovanni, che però non è lui.


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lupi travestiti da agnelli

giorni fa mi è capitato di ricevere in copia un messaggio e-mail che riguardava un progetti in cui sono coinvolta ma non la parte di mia stretta competenza.

la mail cominciava con la parola “buongiorno”, motivo in sé sufficiente per condannarne l’autore alla gogna. e proseguiva, se possibile peggio, con “avevo chiesto cortesemente” + puntigliosa descrizione di ciò che aveva chiesto e secondo la sua valutazione non ottenuto.

ora io gli chiedo e mi chiedo: stai specificando che hai chiesto cortesemente e quindi ci hai evitato una richiesta scortese, che pure sarebbe stata legittima, vista la nostra supposta inadempienza? quell’avverbio untuoso è una maschera malamente indossata che nasconde le tue zanne da lupo, caro mittente, il tuo cortese, profondissimo desiderio di incazzarti.